Jeff Kaiser/Andrew Pask ‘The Choir Boys’


(Pfmentum 2005)

Jeff Kaiser abbandona per un attimo il suo Ockodektet ed in compagnia del
neozelandese Andrew Pask ci sforna un dischetto agile/pesante di
notevole spessore. In sintesi siamo di fronte ad un oscuro viaggio misticheggiante
fra schizzi jazz, paturnie improvvisative più accese, deviazioni inqualificabili
e un’elettronica stiracchiata verso il basso che sfiora spesso derive dark
ambient
(sto usando questo termine per la seconda volta in breve tempo ed
in recensioni di materiali del genere.Che vuol dire?). Stupiscono di molto gli
attacchi brutisti di Dim Effigies dove oggettivamente ci si trova
di fronte ad una furia iconoclasta raramente data a vedere dai due strumentisti,
assalti in quasi distorsione, cupe brutalità elettroniche di qualche lontana
matrice industrial ed un belante motivo impro per fiati che malevolo
si leva in alto. Confonde non poco le idee, e questo è un buon segno (1).
Possibile variazione di Japa noise germogliato sotto il sole cocente della
California, la frammentazione delle note di Pask che si disperdono nel vuoto looppandosi
su se stesse provoca notevole senso di straniamento generale.
Convince molto il processo d’interferenza elettronica continua alla quale viene
sottoposta la performance del duo, innesta in qualche maniera la marcia
in più; discosta in maniera determinante il tutto dalla solita uscita di
settore. E questo è un buon segno (2).
Avevamo apprezzato il lavoro in solitaria di Kaiser ma ad onor del vero lo consideravamo
uno dei tanti nomi del panorama (senza nessun offesa sia detto, ognuno si sceglie
il proprio orticello su cui pascolare), questa uscita sconfessa tutte le nostre
cogitazioni irrispettose.
Sarà l’asciuttezza data dalla formula a due, sarà probabilmente
una fugace forma di insofferenza; sarà quel che più vi pare. Avete
a che fare con uno dei più stimolanti prodotti degli ultimi tempi in campo
improvvisativo. Bello constatare come l’accostamento acustico/elettronico se debitamente
agitato può dar luogo a queste mutazioni sconsiderate. La sensazione di
ascesa che si prova in Carbon Icon grazie all’entrata di un’onda cupa dopo
la parte acustica è emblema unico di un linguaggio che pare volersi stiracchiare
all’infinito sino a lambire (non sono impazzito) estasi rituali di lontana matrice
tibetana. Si sguazza in una visione costantemente a mezza strada fra il sacro
ed il profano. Da qualche parte si agitano spettri di Evan Parker,
di Brötzmann, addirittura lontani richiami alle agitazioni storiche degli
AMM; ma non abbastanza da non lasciar trapelare la sincera vena creativa
che si agita sotto il tutto. Le frastagliate fasi che agitano The Variability
Of Stammering Arrows
fanno addirittura puntare lo sgurdo su certa scena inglese
anni 80 con tutte le dovute cautele del caso (Clock Dva, Cabaret Voltaire;
Hula). Incubica calata negli altiforni industrial che se martellata
più sulla carrozzeria avrebbe potuto essere filiazione diretta dei God
o degli Slab; chiaramente il tasso di tracimazione sonora qui viene tenuto
molto più sotto controllo. Tromba e clarinetto senza nessuna esitazione
stilistica, questo ci piace; lo spirito suicida esposto.
Putrefazioni di materia jazz lasciata finalmente urlare libera senza giacca e
cravatta a creare lo stile, maglie nere hardcore idealmente ad un
passo (provateci ad immaginare dentro una sezione ritmica).
Possibile epigono minimalizzato dei Fat o a scelta, rituale balinese al
tramonto; e questo è un buon segno (3).

Voto: 8

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