VV.AA. ‘So Young But So Cold – Underground French Music 1977-1983’


(Tigersushi Records 2004)

La recentissima riscoperta dei seminali (passatemi il termine) Metal Urbain, gruppo del quale s’è disquisito solo pochi pixel fa anche da queste parti, ha dato la stura al ripescaggio di una scena – quella francese – tutt’altro che avara, soprattutto durante i fecondi anni post punk. Non che sia mai stata particolarmente in ombra, la nouvelle vague, e pure qualitativamente dei bei colpacci riuscì anche a piazzarli, prima che il Belgio ne rubasse la scena e cozzasse di maglio con l’EBM. Ottimo dunque il lavoro della Tigersushi, etichetta quanto mai bizzarra nel saltare dalla dance più schizoide a soggetti simili, che in un intenso lavoro d’archivio è andata a ripescare (talvolta davvero strappandolo con i denti e il lumicino) oscure gemme dei tardi settanta. Ampia e variegata la scaletta che, come potrete evincere dal sottotitolo, copre un abbondante lustro d’incisioni. Raccolta impedibile, codesta, dove 16 brani intensi e attuali scorrono senza intoppi, in un viaggio dall’afflato elettronico e dalle molte contaminazioni. V’è appunto di tutto in ‘So Young But So Cold’, a dimostrazione di come i transalpini fossero riusciti ad affrancarsi presto e bene da modelli anglofoni spesso datati in partenza. Attualissima in suoni ed intuizioni, maneggiando sensazioni ai confini dell’elettronica, di certa dance obliqua e d’antan (un po’ quello che facevano i coevi compatrioti NOIA e Robotnik), dimostrando vieppiù insospettabili paternità anche con recenti saghe quali l’electroclash. E’ il caso dell’iniziale Suis-Je Normale affidata a Nini Raviolette, un intenso brulicare a fili scoperti dove pare d’avvertire i Notwist che giocano ai Tuxedomon che giocano ai Lali Puna; o ancora l’ottima discomusic tremolante ed electro di Ruth (Roman Photo), i sospiri Devo soffiati in Disco Rough di Mathematiques Modernes quivi riletti da Ivan Smagghe (anche compilatore della raccolta assieme a Volga Select). E poi. E poi i Metal Boys di Carnival, che dei citati Metal Urbain fu rigetto subitaneo scarno e alieno; i grandiosi Kas Product con il pezzo che da il titolo al compendio, un rockabilly digitale anni – e meglio – prima di Sigue Sigue Sputnik; i gelidi spezzoni sonori di The (Hypothetical) Prophets, tra Residents e Beach Boys ibernati in Person To Person e Wallenberg. E come tralasciare i Charles De Goal del sordido Synchro, synth’n’roll tra i più efferati e psicotici? I Moderne che in Switch On Bach toccano i vertici del disco con un ipnotico loop ad anticipare di un decennio l’EBM più sobria e la techno vellutata? E Jacno, allora? Lui, vero deus ex machina di fine settanta sotto la Tour Eiffel (sua la meteora Lio, ad esempio), pronto a stratificare synth memori di Ultravox e Pink (gulp!) Floyd. Chiaro, qualcosa suona pericolosamente vicino a monnezza quali i Droids con l’apocrifo The Force Pt.1, troppo Rockets per poterlo perdonare; o la Lighthouse vergata da Tim Blake (ex Gong), piece lisergico spaziale non troppo lontana dai peggiori Ozric Tentacles. Però la media matematica del disco rimane comunque altissima, e non bastasse il rosario finora snocciolato v’aggiungo in sovrappiù la Euroman siglata J.J.Burnel di Stranglers fama, le spore Detroit techno a galleggiare nella incredibile (siamo nel 1980!) Welcome (To Deathrow) di Bernard Szainer e la glaciale ambient onomatopeica di Richard Pinas in Iceland.
Un plauso dunque alla Tigersushi per aver strappato da un vergognoso oblio (per nulla dignitoso dinanzi a cotanta materia) tracce dalla ormai scarsissima reperibilità. Ora – debello gallico! – si spera in un altrettanto corposo volume 2.

Voto: 10

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