Daniele Brusaschetto ‘Bluviola’

(Radon/2001)

Brusaschetto taglia il traguardo del terzo difficile disco che, se non fosse nato
in Italia, probabilmente gli avrebbe riservato notevoli attenzioni sia dalla critica
che dal pubblico.
Il magma rovinoso di taglio fieramente estremista di cui si erano avvalse le sue
precedenti uscite “Bellies/Pance” e “Mamma Fottimi” sembra
essersi stemperato in un calderone che come al solito è contraddistinto
da soluzioni taglienti ma si apre inaspettatamente ad ipotesi molto ‘cantautorato
industriale post qualsiasi cosa vi venga in mente’. Le forme austere a cui ci aveva
abituato vengono ammorbidite da inserti riconducibili a certo post rock, vagamente
jazz e indefinibilmente legato a certa tradizione cantautoriale evoluta (vedi
al nome Massimo Volume ma senza dramma ed enfasi tipiche del gruppo bolognese).
Sia chiaro che di pensiero negativo stiamo sempre parlando ma forse iniziamo a
scorgere una qualche fioca luce alla fine del tunnel. Le parole mantengono comunque
assoluta centralità nell’opera del nostro, sempre in bilico fra abbandono,
noia ed azione sconclusionata, ritorte e profonde come mai prima era accaduto;
poetica crepuscolare con muscoli sudati ed in continuo movimento dentro una stanza
deserta.
Brusaschetto con voce svociata da piccolo folletto gira la sua lama ben affilata
nelle nostre convinzioni rammentandoci soavemente quanto orrrore è in agguato
dietro ogni azione quotidiana.
Trascino la mia barchetta con una grossa e pesante catena/a volte sono l’ancora
quaggiù/coi relitti di mille generazioni
.
Ma dove una volta prevalevano soluzioni da taglio ora si sostituiscono varianti
delicate e vagamente lisergiche che si avvicinano a territori battuti dai Sonic
Youth
più o meno del periodo “Sister” e vacheggiamenti molto
Mogwai chiaramente conditi dal solito sottofondo industrial, stavolta
anche fieramente improvvisativo.
Stanze palesemente vuote dove gli azzeccati interventi vocali di Silvia Grosso
dei Larsen contribuiscono in maniera determinante alla costruzione di universi
vinti ma combattivi ed assolutamente fieri della consapevolezza raggiunta. Stasi
e tensione con rare sfuriate liberatorie, ‘L’uomo Nero‘ tentazioni hardcore
dance che non attutiscono il senso di spaesamento e di alienazione, un mondo in
bianco e nero che talvolta si affida a riff potenti ed evocativi che i Marlene
Kuntz
si sognano ‘Trascino‘ e ‘Saliva in Raduno‘, e poi oasi
di pace trafitte da parole pesanti come macigni in un dissesto emotivo che tanto
ricorda l’urlo primordiale dei Joy Division quanto l’universo trafitto
degli ultimi Swans di “Soundtracks For The Blind”.
Dapprima sembra gettato allo sbaraglio e poi invece pian piano insinuandosi lento
fra le scapole ti gela il sangue; e non è da tutti.
Il paese dell’arcobaleno è magico/ma ora mi ci sono perso….

Voto: 7

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