Butthole Surfers – Realtà tripolari e amori caotici

Come surfare agli estremi limiti senza puzzare troppo di merda… impossibile?


Leggete qua.



Il pensiero di dover scrivere un articolo sui Butthole Surfers cercando di spiegare quello che hanno rappresentato e rappresentano per me, mi rende triste e svogliato anche ora che la pagina non é completamente bianca. Cercherò di non pensare allo scopo di questo articolo e tenterò di procedere a ruota libera anche se, cari lettori, devo ammetere che diventa sempre più difficile.
Vecchiaia? Disabitudine a uscire dal vecchio tracciato (anche se ce lo siamo costruito bello intricato)? La morte alle porte?
E’ strano come queste ipotesi autogiustificanti per il mio operato siano così facilmente adattabili ad un’ipotesi di stato mentale degli attuali componenti dei Butthole Surfers.
Strano?
Non so cosa avete provato voi nel mettere in play l’ultimo cd dei nostri cari beniamini, tale ‘Weird Revolution’.
Rabbia. Delusione. Mummificazione dei genitali. Glossolalia. Accidia invidia non commettere atti impuri.
Qualsiasi cosa abbiate provato, come l’avete giustificata?
Siete sicuri di essere in grado di capire cosa frullava nelle loro teste?
Perchè anche voi se state leggendo questo articolo sarete di sicuro rimasti affascinati dall’irriverente ultracitazionismo, dalla battuta facile concettualizzata, dall’umorismo da cattivo viaggio pienamente sotto controllo che i nostri hanno sfoggiato con disinvoltura nel corso degli anni.
Assolutamente impeccabili. Amore amore mio.
E allora come giiustificare le blandezze hip-hop-techno-punk con giochini di delay e voci che ci propinano in questo (per me ma penso anche per altri) atteso cd?
Potremmo pensare ad un ulteriore passo avanti nell’ultacitazionismo pop-rock.
Ci superano di continuo i nostri cari surfisti anali?
Io… io mi sono sforzato di crederlo, voglio crederci. Voglio ancora i miei beniamini… voglio ma…. forse qualcosa non c’é più.
Il fatto é che mi rompo Emin-entemente le palle ascoltando i primi due pezzi (The Weird Revolution e The Shame of Life) e abbozzo un sorriso con Dracula from Houston (abbozzare quando prima ero abituato a digrignare é ben magra consolazione cari i miei lettori). 
Il resto é nebbia, forse fumo che mi sale dalle palle.
Non so. Da un certo punto di vista loro procedono sempre nella stessa direzione: una autopresa per il culo dalla quale era facile farsi coinvolgere.
Non é più così facile, ora.
Merito dei due nuovi produttori a cui si affidano i nostri? Della addictional Pro Tools enginering (ma come cazzo li sprecate i soldi)?
‘Elettric Larryland’ era un capolavoro, perchè questo?
Ci sonosiamo cascati ancora una volta. 
Una risatina e faccio uscire il cd dal lettore.
Miei cari lettori la storia non finisce mica qui.
Incredulo degli effetti sulla pelle riscontrati dopo l’ascolto del precedente cd ho deciso di acquistare anche ‘Humpty Dumpty LSD’, ennesima raccolta di materiale inedito proveniente da diverse session, nella speranza di lenire le sofferenze.
Speranza vana?
In parte si (ma come sono diretto)!
E la parte no?
Beh non così cospicua come in ‘Weird Revolution’.
Già ascoltando il primo pezzo (Night of the Day) mi sembra di ascoltare la replica dei nostri al precedente giudizio negativo (russare e base suadente).
Che ci volete fare, l’attività masturbatoria é ricreativa.
One Hundred Million People Dead é un’eco dei vecchi tempi con sovrabbondanza di delay (quasi si comincia a pensare BASTA).
I Love You Peggy é un embrione di Human Cannonball con voce fuori campo e chitarra in eterno glissando.Gustosa. 
Piacevole anche la disgressione da tardoni psichedelici di Space I.
Ancora echi dal passato e out-take scartati per Day of the Dying Alive piacevolissimi; continua con sta batteria decelerata e le voci de-upperpitched, gli assoli dilatati quanto insensati divertenti.
E i momenti piacevoli non finiscono neanche qui, miei cari lettori, potrei citare Eindhoven Chicken Masque, Hetero Skeleton trattato su come masticare e digerire i Pink Floyd di ‘Ummagumma’, EarthQuake deliziosa pop-caramella mou-psichedelica dove il nome del gruppo (grazie John Oswald) dovrebbe essere qualcosa tipo Jesus and Mary Barret con sguaiatezze molto american style.
I Hate my Job é come mettere la lingua nel culo della verità e sentirsi rispondere ‘mmmhhh bbaaaaabyyyyyy’ con inflessione vagamente hardcore (luci rosse per il nostro spettacolo ricordate bene).
Insomma é gustoso questo pezzo di metallo con i pit al punto giusto. 
Gustoso, gustoso lo ripeto anche. Ma, cari affezionati lettori, per palati abituati al cibo speziato e riciclato (con gusto) dai nostri ammirevoli Butthole Surfers.
Di sicuro quelli che li seguono da tempo avranno motivo di ritenersi soddisfatti. 
Non di sicuro chi si appresta a sottoporsi alle prime sedute di audioplagiarismo rock dei nostri.
Avete una terza possibilità allora, cari amici che volete avvicinarvi a questo mondo fatto di vibratori violenti e fiche di cavallo di rembrandt.
Cercate ‘Locust Abortion Technician’ e se vedete vostra madre non dimenticate di dirle SATAN SATAN SATAN.




Luca Confusione