Mercury Rev Live al Leoncavallo

Sogno al mercurio su notte Milanese.

Milano – 13 aprile 2002 – Leoncavallo

Musica come atmosfera onirica, parallela a quella reale ( a quella che crediamo essere tangibile)… non siamo fuori dalla materia, bensì REALI dentro il sogno, immersi nell’immaginario, nell’allucinazione; avvertiamo chi ci è accanto e la folla come presenze, e le grida come i suoni che s’insinuano nella nostra mente al risveglio, quando abbandoniamo le immagini di un sogno nato in noi per incontrare anche ciò che è fuori di noi, ora arricchito da quella nuova esperienza visionaria, che magari ci ha lasciato una sensazione piacevole…

provate a sentirvi in questo stato: così ho vissuto il concerto dei Mercury Rev al Leoncavallo di Milano il 13 Aprile 2002, e vi assicuro che di artificioso nel mio stato mentale non c’era niente
(a parte ciò che madre natura ha contribuito a metterci).
Poco più di un’ora è stata sufficiente per confermare l’abilità di questo gruppo dalla decennale esperienza e composto da musicisti dalla grande maturità artistica, basti pensare al chitarrista Jonathan Donahue a suo tempo membro dei Flaming Lips e subentrato come cantante dei Mercury Rev quando David Baker abbandona la band. Sarà un caso ma la loro personalità si delinea proprio a breve distanza da questo evento e dall’arrivo di nuovi componenti come Adam Snyder che rafforza il ruolo del sintetizzatore e delle tastiere elettroniche; dopo alcuni anni di elaborazioni e transizione un suono più soffice, rinnovato e senza tempo, trova spazio in “Deserter’s Song”, album del 1998 che si può considerare la radice del recente “All is Dream”.
Quest’ultimo album, del 2001, è stato protagonista del live di cui accenniamo, reso dal vivo in modo molto più omogeneo rispetto alla registrazione in studio e completato da alcune canzoni del precedente. Tutto ciò emerge dalla dilatazione dei brani, dal notevole spazio concesso all’elaborazione strumentale, dalle interruzioni improvvise e prolungate che creano suspence, come in Lincoln’s Eyes. Duplice il ruolo delle chitarre che impongono ora suoni acri come in Tides of the Moon, ora atmosfere morbide ed evanescenti, mentre il pianoforte fa loro da contrappunto in Lincoln’s Eyes. Batteria e basso si danno man forte in funzione della continuità sonora e dell’unità ritmica, come in Little Rhymes, accompagnando l’ascoltatore nel viaggio spirituale. Solo da un’elaborazione razionale dell’esibizione si notano i frequenti minimalismi accanto alle imponenti esplosioni di coralità, vere e proprie sinfonie in The Dark is Rising, il biglietto da visita dei Mercury Rev, con cui hanno concluso la serata, toccando così l’apice della crescente atmosfera evocativa.
Chiudiamo con una nota di colore: i nostri sono stati anche estremamente teatrali, si sono esibiti spesso attraverso movimenti innaturali e assurdi, sfruttando il proprio corpo, l’elemento materiale, per creare marionette del quotidiano… simili, in fondo, ai personaggi dei sogni.

Paola Pela