Steve Kilbey ‘Dabble’

Chi conosce Steve Kilbey sa bene come, quanto a prolificità, il musicista australiano non sia secondo a nessuno.
Da oltre vent’anni alla guida dei Church, insieme con i quali ha pubblicato tredici album (senza contare le raccolte di b-sides e rarità), ha spesso voluto anche incrociare il proprio percorso artistico con quello di altri musicisti, dando origine a progetti quali Hex (al fianco di Donnette Thayer, già voce dei Game Theory, cult-band della psichedelia californiana degli anni Ottanta nella quale militava anche Scott Miller, autori dell’epico “Lolita Nation”), Jack Frost (insieme con Grant McLennan di Go-Betweens) e, più di recente, Isidore (nato dalla collaborazione con Jeffrey Cain dei Remy Zero). A tutto questo va poi aggiunta una carriera solista di tutto rispetto che, con il nuovo “Dabble”, giunge al sesto (settimo, se si conta il live “Acoustic and intimate”) episodio sulla lunga distanza (gli altri cinque sono, in ordine di tempo, “Unearthed”, “Earthed”, “The slow crack”, il doppio “Remindlessness” e “Narcosis”, accompagnati, nel corso degli anni, da diversi singoli, che contengono a loro volta una discreta quantità di materiale irreperibile altrove).
“Dabble”, composto, scritto e registrato lo scorso anno negli U.S.A. in soli nove giorni, fa la sua comparsa diversi anni dopo “Narcosis” e, così come il libello di poesia/narrativa (difficile dire dove finisca l’una e cominci l’altra) “Nineveh/The Ephemeron”, distribuito dalla fanzine ufficiale dei Church North, south, east and west , aveva fornito ulteriore conferma dell’indole visionaria del Nostro e la sua inclinazione per il più imperscrutabile ermetismo e per la sperimentazione linguistica (che avevano contraddistinto il precedente libro “Earthed” del 1988, al quale l’omonimo album, con cui era stato distribuito, aveva fatto da colonna sonora), anche “Dabble” rappresenta un nuovo capitolo che si inserisce nel panorama della sua produzione solista sostanzialmente nel senso della continuità rispetto al passato.
Dalle ballate più dolci e invitanti (Keeper, China, e Time to say goodbye), alle composizioni più ermetiche e ostiche (quali Silencer e Loki, cupe ed enigmatiche con le loro insistenti, se non proprio martellanti, percussioni, e la stralunata Aloha Biggers and Starr) fino alle canzoni nelle quali Kilbey introduce elementi etnici, più (Selfish portrait, Seasick) o meno (Untitled one) accentuati, esoterismo e mistero costituiscono sempre il filo conduttore della raccolta, trovando sublimazione nella incontenibile forza evocativa degli arrangiamenti sparsi di Blessed child (lunga digressione contemplativa e spaziale, con il sottofondo costellato di chitarre sfuggenti che emergono dilatandosi per poi rapidamente sfumare e rumori ricorrenti che si inseguono ciclicamente), dell’allucinata e inquieta Stagefright e dell’austera e disperata Untitled too.
Avere tra le mani una copia di “Dabble” è un po’ come possedere un biglietto per un viaggio affascinante ai confini della musica, lontano da compromessi e luoghi comuni, alla scoperta di che cosa sia veramente la creatività nella sua incessante e incontentabile esplorazione dell’animo umano in tutti i suoi recessi, anche i più bui e remoti, senza alcun timore per le emozioni che vi si possono nascondere e che possono scaturirne.
Se non avete mai avuto la possibilità di apprezzare la poesia di Steve Kilbey, non lasciatevi sfuggire l’occasione. Se già la conoscete, beh, ho già scritto sin troppo.

Voto: 8

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Autore: acrestani@telemar.it