New Order ‘Get Ready’


L’atteso CD di ritorno dei veterani mancuniani New Order – a otto anni dall’insicuro ‘Republic’, dopo disavventure ed incomprensioni artistiche e personali solo parzialmente bilanciate da lodi e riconoscimenti unanimi e trasversali (toccati anche ad altre icone degli anni Ottanta, come i Depeche Mode e i Pet Shop Boys) – ‘Get ready’ non presenta alle orecchie dello scrivente alcun segno di stanchezza e di stasi crativa, non intacca uno standard qualitativo generalmente altissimo, ma testimonia anzi la realtà di musicisti che trasportano il proprio – pesante ed ultraventennale – bagaglio espressivo negli anni Duemila senza la irritante (e spesso devastante, per le orecchie di chi scrive) “nostalgia del passato” che caratterizza spesso gruppi con una carriera e delle vendite simili.
Magari deludendo coloro che aspettavano le annunciate collaborazioni con i Chemical Brothers e Moby – a loro diciamo di tenere occhi ed orecchie aperte su 24 Hour Party People, film-documento sulle intense vicende musicali di Manchester, pare con la regia di Michael Winterbottom – i New Order hanno realizzato il loro album più “rock”, con l’aiuto dei solidi professionisti (Steve Osborne e Mark “Spike” Stent tra gli altri); il volume delle chitarre si è decisamente alzato rispetto alla loro media (vedi Rock the shack, con la presenza di Bobby Gillespie e Andrew Innes dei Primal Scream, e Slow Jam, ma il discorso è generale), la batteria di Stephen Morris ha deviato dai sentieri sintetici che hanno segnato gli anni Ottanta, si è aggiunta una backing vocalist femminile, Dawn Zee (nel singolo Crystal, in Close Range e in Run Wild). Inoltre non mancano gli omaggi degli “allievi riconoscenti” (oltre ai già citati Primal Scream è presente il devoto Billy Corgan, ex degli Smashing Pumpkins, in Turn My Way), che forniscono prove tutto sommato convincenti.
Tuttavia, a fare la differenza – ancora una volta – sono i tradizionali punti di forza dei New Order: l’arte di scrivere canzoni orecchiabili senza cedimenti, la voce inconfondibile di Bernard Sumner (che non ha un “ugola d’oro”, ma un’umanità che cantanti assai più celebrati – come, per esempio, Bono degli U2 – si sognano, di giorno e di notte), il basso devastante di Peter Hook (vedi Crystal e Close Range; davvero non si insisterà mai troppo sull’importanza e sulla sensibilità di questo musicista, che dapprima ha inventato un modo nuovo di intendere lo strumento, influenzando legioni di bassisti soprattutto negli anni Ottanta, e ne ha poi affinato le capacità espressive e solistiche senza nessuno sterile virtuosismo).

Voto: 8

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