Henri Michaux ‘Conoscenza dagli abissi’

 

Di Marco Loprete

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Sarebbe un grave errore quello di collocare il classico di Henri Michaux (1899-1984), pubblicato originariamente nel 1961 ed ora meritoriamente ristampato dalla Quodlibet, nell’ambito della cosiddetta letteratura lisergica. Differentemente dai capolavori “drogati” della beat generation (ma anche dal languore esistenziale di un Baudelaire), Michaux considera gli stupefacenti non come strumento per entrare in contatto con realtà “altre” (“Le droghe ci annoiano col loro paradiso. Ci diano piuttosto un po’ di conoscenza. Noi non siamo un secolo da paradisi”, scrive l’autore), ma essenzialmente come un mezzo per meglio conoscere i meccanismi di funzionamento della mente umana. Da qui la sua esperienza con la mescalina, l’hashish, la psicocibina, della quale Michaux da, in queste pagine, un resoconto (paradossalmente) spiazzante per lucidità e consapevolezza.
Se la prima parte dell’opera è dedicata al racconto delle esperienze sensoriali prodotte dall’assunzione degli stupefacenti (alcune di queste pagine sono state scritte sotto l’effetto della droga, vedi il capitolo sulla cannabis indiana), la seconda si occupa invece degli alienati, ovvero psicotici, schizofrenici, dissociati. Allora l’operazione di Michaux acquista un senso ulteriore: la consapevolezza degli abissi della droga, infatti, consente un avvicinamento empatico a quei “fratelli di nessuno ormai, fratelli inconsapevoli” che sono gli alienati, illuminandoci, come scritto nel risvolto di copertina, “su quanto labile e vulnerabile sia la relazione sensata del pensiero col mondo”.