Port Royal ‘Dying in time’

Due recensioni a confronto…siori e siore.

 

Album: Port Royal ‘Dying in time’ (N5md/Sleeping Star 2009)

Prima recensione di Marco Loprete

marcoloprete@libero.it

A differenza di quanto si potrebbe pensare leggendo il nome ed ascoltando la loro musica, i Port-Royal sono italianissimi. Il nucleo della band è infatti costituito dai genovesi Attilio Bruzzone ed Ettore Di Roberto, cui si affiancano di volta in volta numerosi collaboratori (tra questi, citiamo Emilio Pozzolini, Sveva Diamantakos, Alexandr Vatagin, Linda Bjalla e Giulio Corona).
Il loro esordio è avvenuto nel 2002 con l’EP “Kraken”, seguito, tre anni più tardi, dall’LP “Flares”, lavori che tradivano già un’idea piuttosto personale di elettronica. “Dying In Time”, quarto full-lenght della formazione, è un disco che, dopo il bellissimo “Afraid To Dance” (2007), conferma i Port-Royal come una delle realtà più interessanti della scena elettronica non solo italiana. Le undici tracce dell’album mescolano con disinvoltura disarmante shoegaze, ambient e dance in strutture dalle reminiscenze post. Bruzzone e soci lavorano di cesello, tratteggiando melodie eteree, malinconiche ed avvolgenti – si pensi, ad esempio, alla splendida Hva (Failed Revolutions) -, in cui tuttavia l’elemento ritmico non è affatto in secondo piano, come dimostrano Nights In Kiev, Anna Ustinova, Balding Generation (Losing Hair As We Lose Hope), ma mediato da rallentamenti, dissolvenze, voci cantilenanti.
“Dying In Time” è, per tirare le somme, un perfetto esempio di come si possa fare ancora un disco di elettronica intrigante, intelligente e soprattutto originale. Consigliato a fan e non solo. Voto: 8

Seconda recensione di Alessandro Gentili

alealeale82@yahoo.it

Li avevo lasciati alcuni anni fa con l’ottimo “Flares” e, saltando a piedi uniti il penultimo “Afraid to dance” (scelta non deliberata, la selezione e il tempo sono implacabili), ritrovo l’ensemble genovese con quest’ultimo, emozionante “Dying in time”; come in passato orientati più al mercato estero che a quello italiano, e non c’è da biasimarli, si affidano stavolta alla coproduzione internazionale di quattro label europee e dell’americana N5md.
Afraid to dance? La paura di ballare forse non scompare del tutto, ma i bassi iniziano a pulsare e il ritmo smuove le gambe: un incendio al polo nord, habitat naturale dei Port Royal fatto di ambient zero kelvin (Mum, Sigur Ros, Boards of Canada, Hood) con cristalli di glitch, in cui immergersi in pura contemplazione shoegaze.
L’iniziale Hva (failed revolutions) ci mostra la band come l’avevamo lasciata, giusto con qualche beat definito in più. Piccolo cambiamento, verrebbe da pensare, ma parte Night in Kiev e ci si rende conto che era solo un assaggino, e che c’è molto di più: c’è che i Port Royal suonano addirittura techno, un ritmo che scalda e che non lascia scampo, vero e proprio dancefloor tra igloo e orsi polari.
Altalenante la temperatura scende di nuovo e raggiunge il nadir con Exhausted muse/Europe, notte più aurora boreale più mood catatonico, prima dell’esplosione di pulsazioni elettroniche, pioggia di comete luminose e/o ribellione dell’animo. E di qui in poi si susseguono vertiginosi saliscendi al termometro, con l’olio bollente che schiocca nel giacchio di Susy: blue east fading, l’esplicita The photoshopped prince (non c’è solo voce, ma anche strofa-ritornello-strofa: ragazzi, questo è il pop) e Balding generation (losing hair as we lose hope), cui manca solo Kylie Minogue alla voce per raggiungere il vertice delle classifiche (a scanzo di equivoci, non c’è ironia e adoro Kylie Minogue). Ma l’ultima parola spetta a Hermitage, suite in tre parti: via le luci, via la musica, la gente che va a dormire, il club che chiude. Il fuoco brucia ancora, ma c’è tutta la malinconia di chi sa che è solo questione di tempo, prima che si spenga. Voto: 8

Links:

http://www.port-royal.it
Nome Link: Port Royale Home Page
http://www.myspace.com/uptheroyals
Nome Link: Port Royale My Space Page