Slint Live

@Bologna, Estragon, 28 maggio 2007.

 

 

Di Paolo Rossi

ruller@tiscali.it

Gli Slint tornano a calcare la scena italiana a due anni di distanza dalla data che li vide protagonisti al TPO di Bologna. In quell’occasione ero più impegnato a seguire i mediocri (seppur bravi) Mars Volta in quel di Milano e fidatevi, non ero mai riuscito a perdonarmi la leggerezza. A quanto pare però era destino che vedessi dal vivo la band di Louisville, che dopo un silenzio di 13 anni (si sciolsero nel ’92, subito dopo l’uscita di “Spiderland”) mi è praticamente venuta a suonare sotto casa per ben due volte. Così lunedì sera ho trascinato il mio culo stonato al Palanordino, accompagnato da una nutrita schiera di compaesani in trasferta per l’evento. Tre dei quattro membri del nucleo originale sono presenti stasera, Brian McMahan (voce, chitarra), David Pajo (chitarra solista, ex Tortoise e Zwan per giunta) e Britt Walford (batteria) coadiuvati dal fratello di McMahan, Michael, anche lui alla chitarra e dal bassista Todd Cook. Ad occhio e croce sono quattrocento le persone presenti; un pubblico non numerosissimo ma molto vario che intelligentemente approfitta del passaggio in Italia della band americana, quest’anno in tour grazie al lavoro degli Inglesi della All Tomorrow’s Parties, che col Don’t Look Back Festival rispolverano alcuni dei lavori fondamentali per la nascita e lo sviluppo della musica indie (americana soprattutto: i Sonic Youth ad esempio stanno girando col mitico “Daydream Nation”, i Melvins con “Houdini” e così via) dai primi ’90 ad oggi. Immobile, di profilo, alla sinistra del palco si staglia la figura di McMahan che con il suo lamento a tratti sussurrato e a tratti esplosivo inizia ad incantare l’audience già dalla prima, indimenticata Breadcrumb Trail. Come da scaletta seguono nell’ordine Nosferatu Man, Don, Aman, Washer, For Dinner e Good Morning Captain; quasi quaranta minuti di rock asfissiante, lacerante e lacerato, che a momenti malinconicamente ansiogeni alterna bordate di elettricità catartica e illuminante. I traghettatori sono senza dubbio Pajo e Walford: spettacolare il modo di suonare la chitarra del primo, che fa dei chiaroscuri donatigli dall’uso massiccio degli armonici il proprio marchio di fabbrica; spiazzante il drumming del secondo, autentico violentatore delle pelli e maestro del controtempo. Tutti in estasi, sulle note di Don, Aman, cantata da Walford, come sull’urlo straziante ‘I miss you’ al termine di Good Morning Captain. Fanno da contorno due brani tratti dall’esordio dell’ ’89, “Tweez” e una nuova “King’s Approach” : che qualcosa possa bollire in pentola? All’uscita ho la fortuna di potermi intrattenere per alcuni minuti con Pajo: -Piaciuto il concerto?- . -Cazzo se m’è piaciuto, è stato un pugno allo stomaco, sono stato dal primo all’ultimo secondo con quella sensazione… sai… quel brivido che parte dal fondoschiena e ti sconvolge una volta arrivato alla nuca? … – . -Wow, ne sono davvero felice- (sapessi io, fratello) -anch’io mi sono divertito- . Buono a sapersi Dave, se non fosse per il fatto che chiunque là dentro l’aveva già notato, vista l’intensità con la quale ci avete mostrato le vostre viscere.

Voto:10

Links: http://www.atpfestival.com

http://www.slint.us