Box 84 ‘Obecalp’

(Autoproduzione 2005)

Terzetto romano con esperienze pregresse in bands sperimentali. L’attuale formazione è all’attivo dal 2004. In questo demo autoprodotto che porta il nome di ‘Obecalp’ ( provate a leggerlo al contrario…) c’è un po’ di tutto: teatro, versi, cabaret, declamazioni, su sottofondi strumentali a metà fra “ei fu” Newest Industry, Massimo Volume e C.S.I., alternati a sonorità che spaziano nei generi per non essere rintracciabili. Si parte con l’atmosfera intimista a sprazzi sperimentale dell’introduzione Frastuono, un intelligente frastuono di parole mai banali che spiazzano l’ascoltatore. Buchi rosa, adotta un registro linguistico volutamente surreale sin dal titolo, ma con consapevole amarezza e conseguente provocazione: qui non c’è profondità. Causa buchi rosa… fra prog e psichedelia. Arrestato, agghiacciato, assiderato assonanze giocose linguistiche si intrecciano nel cantato recitante per reiterarsi come sfida fra delay a profusione e linee di basso davvero incisive. Intermezzi, inserti “rubati” di Biscardi, della Raznovich a corroborare un aspetto della quotidianità che il terzetto restituisce in pasto alla nostra attenzione. Una voce declama: “La Bellezza della distruzione delle parole” e noi con loro intoniamo questa frase per affermare che stuprare la musica e le parole è il loro intento, peraltro, riuscito nell’accezione pro-positiva del termine. Così parte Urlo, il terzo pezzo dalle liriche che spaccano lo stomaco per la cruda verità: “ martiri senza rapporti, né volontà, né coscienza (…) mangiando un dolore insensato”. Nell’aria fumosa della ritmica ariosa di Urlo e della sua litania, scorgiamo versi che richiamano i cut-ups di W. Burroughs. Peccato che ci sia ancora da lavorare sulle voci, benché ne usino diverse, variegati timbri. In particolare, la declamazione stessa del recitativo, nonostante i testi ricercati e validi, risulta ancora poco efficace, perché poco curata. Ci colpisce la caustica ironia di versi come: “Per i ragazzi tristi consigli per gli acquisti” che però si perdono in una non-struttura sillabaria, un limite delle linee vocali appunto, qualche volta lasciate al caso, seppur buone nelle intenzioni. Non che si debbano comporre endecasillabi, ma lavorandoci su se ne potrebbero valorizzare le velleità testuali. In Terre noise a volontà e grida esasperate aprono il pezzo che continua modulato fra più voci e sulla levità esplodendo solo successivamente nelle chitarre screziate e nelle voci dissociate.
Tuttavia, è nell’ultimo pezzo, Perdifiato, che lo strumentale si fa più interessante dando spazio a una commistione acida fra noise, psichedelia, progressive, rock italiano indipendente e quant’altro, dando prova di conoscere bene “il mestiere delle armi” come direbbe un cineasta di veterana memoria italica. Arricchiscono il brano le frasi a ripetizione che fungono da loop mentale: Libera la carne o anche Talco mentolato, sulla pelle lasciano il segno della dispersione e dell’ alienazione verbale, quando le parole non servono più a nulla, tutto è già stato fatto…
Attendiano, compiaciuti, altri sprazzi di grott-rock, come loro stessi amano definirsi, commisurati ad un vortice di sperimentazioni strumentali e parole distruttive, dis-turbanti, coraggiose.

Voto: 7

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Autore: gloria777@alice.it