PSI ‘Artificially Retarded Soul Care’

(Evolving
Ear, 2005)

A prescindere dai
contenuti questo disco è subito un bell’oggetto, con un
packaging stratosferico dal design avant/psichedelico/demoniaco, in
parte gentile concessione di Stephen O’Malley, gran cerimoniere del
doom che più doom non si può con Khanate e Sunn
O)))
, nonché
interessante artista grafico (consiglio ogni tanto una visita su
www.ideologic.org). Ha
qualcosa in comune con O’Malley questo trio newyorchese? Molto a mio
modo di vedere, anche se le musiche possono sembrare distanti, specie
se si commette l’errore di considerare gruppi come Sunn O)))
banali entità heavy metal senza riconoscerne
l’attitudine fortemente sperimentale nel processo di scarnificazione
estrema del corpo del rock per ridurlo ad un ammasso informe e
sanguinante, ma che ancora vive ed avanza sia pure per semplice
forza d’inerzia come gli zombie di George Romero,
suscitando timore e rispetto. Quello che rimane è l’essenza
primordiale del suono rock, quel suono dannato che se lo lasci libero
di scorrazzare ti sale lungo le ossa, ti entra nel sistema nervoso e
cortocircuita il cervello. PSI questo suono lo conoscono bene e
allestiscono una cerimonia in segno di devozione nelle tracce di
ARSCO, agendo nel solco di un’impronta alchemico/sperimentale che
tutto mescola e contamina. Nulla è domo in questo disco, a
dispetto della mancanza di fisicità e/o loudness di molte
tracce, con interferenze, disturbi, scariche, oscillazioni sempre sul
punto di implodere, che ribolliscono come magma vulcanico e decidono
traiettorie di cui è inutile cercare di carpire la logica. Se
molta musica con pretese sperimentali oggi proposta nel migliore dei
casi suscita noia, qui tale il rischio è assolutamente
inesistente grazie ad un percorso sonoro pieno di continue sorprese,
dov’è stupido voler sapere chi suona cosa e cosa origina chi.
PSI sembrano possedere due anime distinte, con la prima che propone
una sorta di musica degli interstizi e delle fessure, che si infila
ovunque, sfuggente e inafferrabile, sempre prossima al limite del
silenzio, mentre la seconda deborda volentieri nel rumore, con picchi
di follia splatter di stampo Wolf Eyes, Hair Police e
ossessioni al rallentatore tipicamente Khanate. Ottimo questo
andirivieni tra i due estremi dello spettro acustico, che solo in
minima parte lede all’omogeneità stilistica, e che è
ben sintetizzato da brani come ‘Bhoiler’ (il secondo
nell’ordine dato che lo stesso titolo appare due volte) e
‘Permanent War’ piazzati rispettivamente all’estremo
inferiore e superiore. Il primo è nuda texture di nulla su cui
si muovono suoni sottilissimi, ora lento sfregio di pietre, ora
agonia di sbuffi, mentre il secondo è una tempesta di
elettricità distorta con tanto di voce grand guignol in
background. In mezzo la straordinaria ‘We Broke The Sun’
inizialmente lenta progressione minimalista intercettata da stridori
metallici che fendono l’aria come dei Black&Decker, mentre
rumorini ed effetti vari sembrano come gocciolare dal nulla, a cui si
aggiungono minacciosi colpi intermittenti che annunciano il
surriscaldato climax finale, dove l’entropia finisce per inghiottire
tutto. Non manca l’ironia ai nostri, che alla fine dell’estratto
live, simpaticamente titolato ‘Golden Showers’, pura
accozzaglia di scariche grind e urla vomitate dicono “we are gonna
get killed for playing such ugly music”. Gran bel disco.

Voto: 8

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