Vincent Gallo ‘Buffalo ’66’

Sguardi Di Un Artista A 360°

 


 


 


 


 


 


Di Alessandro Gentili


alealeale82@yahoo.it


Buffalo anni Novanta: un giovane innocente appena uscito di galera cerca di reinserirsi nella vita quotidiana trovandosi finalmente una ragazza, visitando i genitori ignari del suo recente passato e incontrando i soliti vecchi amici. Con tutte le difficoltà del caso.

Scritto, sceneggiato, diretto e recitato da Vincent Gallo, all’ esordio alla regia, Buffalo ’66 è stupefacente: una comicità alienata giusto a metà strada tra un “Pulp Fiction” e un “Grande Lebowski” per una storia d’amore e di disperazione urbana moderna; perfetti i personaggi, primo tra tutti il protagonista Billy – Gallo, arrogante e presuntuoso ma allo stesso tempo insicuro e vittima degli eventi; Christina Ricci (Layla) spettacolare, ripresa proprio sulla linea d’ombra tra l’adolescenza e l’età adulta.

Bravissimi anche i surreali genitori di Billy, il sempre monumentale Ben Gazzara, ex cantante di seconda categoria ossessionato dalla paura che il figlio voglia ucciderlo, e la pazza Anjelica Huston, la più grande tifosa dei Buffalo Bills sulla faccia della terra e incapace a volte di ricordarsi di avere un figlio: insomma, la tipica famiglia americana.

Molte le scene indimenticabili, a partire dall’ “incontro” tra Billy e Layla, senza tralasciare la cena a casa dei genitori di Billy e il finale, che non vi racconto sennò mi linciate; veri capolavori nella loro essenzialità le inquadrature, capaci di soffermarsi per un minuto intero sul volto della Ricci intenta a seguire i dettami del protagonista, o di riprendere una scena in sequenza dalle varie angolazioni, davanti, dietro, destra, sinistra (la scena nell’auto e quella intorno al tavolo di casa Brown); azzeccati anche gli inserti pseudo-musical, con Gazzara nella parte di un Sinatra in canottiera e calzoncini e con la Ricci intenta in un tip-tap sguaiato e malinconico; tutti assaggini prima di arrivare al finale (tranquilli, non ve lo racconto), non ve le scorderete le scene dello strip bar e dell’albergo, e non vi dico altro.

Film forse debitore, oltre ai sopracitati, anche a certo cinema degli anni ’70: è possibile trovare qualche punto di contatto con un capolavoro come “Taxi Driver”, e non solo per la scelta della grana della pellicola che influenza fortemente i colori, prevalentemente scuri e poco vivi, ma soprattutto per il tema trattato che è quello dell’impossibilità di comunicare nella società odierna, specie per i diversi, che siano l’insonne De Niro o l’ex carcerato Gallo, privi o quasi di amici e insicuri col sesso opposto: esplicita la scena del pianto disperato di Billy nel bagno del bar, un solo istante in cento minuti di proiezione in cui la tragicità da latente diventa esplicita, scopre le carte.

Un grande esordio da burattinaio per un grande ed eclettico artista quale Vincent Gallo, fino ad oggi unico film da lui diretto in una carriera che l’ha visto attore, sceneggiatore ma anche pittore, modello e infine, non in ordine di tempo, musicista (oltre alla colonna sonora del film ricordiamo “When”, uscito per la Warp nel 2001), in ogni situazione capace di dare il meglio di sè: un grande sguardo sulla contemporaneità capace di far sorridere e allo stesso tempo di farci capire che forse qualcosa non va.