David E I Due Ragazzi Pallidi

(David Thomas And The Two Pale Boys@Napoli 13/9/2004)

 

 

 

 

Di Lucio Carbonelli

lucio.carbonelli@aliceposta.it

Pop alieno per una notte aliena con la luna che non si vede, questa notte questa Napoli menzognera sembrava un po’ Twin Peaks: c’erano in giro 2 ragazzi pallidi, ed un gigante sicuramente buono con la voce animata di nero e di bianco.

C’è un ciccione stasera sul palco, ma la sua voce è leggera e lui vola con essa. Peserà più di un quintale, alto sul metro e novanta. Testa pelata è vestito tutto di nero, talvolta indossa un grembiulino di plastica rossa per appoggiarci sopra, in modo che il sudore non lo faccia scivolare, uno strumento chiamato melodeon: una sorta di fisarmonica a braccio, ma in sedicesimo. Come se bastasse la sua stazza a render grande ciò che di per sé è piccolo, ma non certo inutile.
Signori e signore ecco a voi David Thomas, leggendario leader dei Pere Ubu, seminale gruppo della new wave più artistica e selvaggia: si era sul finire degli anni ’70 ma noi purtroppo eravamo troppo piccoli per goderne e così, eccoci qui, a cercare di recuperare ciò che è passato ma non perduto fortunatamente. Siamo a Napoli, lunedì 13 settembre 2004, spalti (inaspettatamente affollati) del Maschio Angioino: un altro tassello della storia musicale di questa disgraziata città va al suo posto, e noi eravamo lì per raccontarlo.
I Pere Ubu esistono ancora, ma da un po’ di anni a questa parte l’imprevedibilmente carismatico Thomas si fa accompagnare anche da 2 ragazzi pallidi (The Two Pale Boys: Andy Diagram, tromba ed electronics  e Keith Moliné, chitarre varie e giornalista di Wire), e così è anche a Napoli: la loro è una musica aliena, o meglio, un blues alieno fatto di echi davisiani prodotti dalla tromba diagramatica e di stonature metallurgiche prodotti dalla chitarra moliniana su cui s’innesta il cantato/recitato thomasiano.
Certo, a questo punto si dirà che non si è capito niente, ma scrivere di Musica è già difficile di per sé, figuriamoci scrivere di musica tanto sublime, figuriamoci scrivere di un concerto che più volte diventa cosa aleatoria ed estemporanea difficile da fermare, da fissare… certo è possibile registrare un concerto su mini-disc, fotografare l’idolo da più angolazioni, ma non è la stessa cosa, non è la stessa cosa credetemi.
Si doveva essere lì, presenti, seduti su quelle squallide sedie di plastica, a vedere Thomas il gigante tracannare whisky (o quello che era) dalla sua borraccetta d’acciaio e cantare leggero tra un sorso e l’altro, una voce così pura per un corpo così pesante-tutto è possibile; si doveva essere lì per sentire Thomas inneggiare al guidare ubriachi e vederlo mentre puliva accuratamente la sua borraccetta dopo averla passata ad Andy; si doveva essere lì per vedere con quanta maestria il maestro Thomas dirigeva i suoi pallidi amici con un semplice battito di mani e per sentire lo stridio feroce ed impaurito dei pipistrelli che volteggiavano intorno al castello, attirati e innervositi allo stesso tempo da cotanto delirio sonico quasi volessero accordarsi ad esso; si doveva essere lì per vedere Andy muoversi leggero come un ballerino di danza classica mentre cantava fantasmatico nel microfono della sua tromba-thereminica; si doveva essere lì per sentire Keith suonare la canzone più pop del mondo fregando noi tutti poveri illusi mortali convenuti lì a sentirsi avanguardisti.
E invece quello non era nient’altro che pop, amici, nient’altro che pop che ti si impianta nel cuore e te lo spacca in due quando scappa via perché non rimane, non può rimanere per sempre con te data la sua natura fuggevole. Come fare a fermare tutto questo? Non è possibile, ci si prova con la scrittura ma non è la stessa cosa. Che parole poter scrivere?Lasciarsi guidare dalla furia della scrittura, evocare il trasporto che s’è provato attraverso parole scritte e sicuramente incoerenti e ridondanti.

Pop alieno per una notte aliena con la luna che non si vede, questa notte questa Napoli menzognera sembrava un pò Twin Peaks: c’erano in giro 2 ragazzi pallidi, ed un gigante sicuramente buono con la voce animata di nero e di bianco.
Adesso loro se ne sono andati e ci chiediamo se tutto questo non sia stato altro che un sogno di fantasmi… una delle cose più belle che abbiamo visto nient’altro che un’illusione?

È finito, tutto finito, ma ancora ricordiamo qualcosa di quello che s’è detto:

“How are you, David?”
“That’s an irrelevant question.”
(applausi in crescendo)
“Thank you very much, but your mind doesn’t work your mind doesn’t work.”
(se apprezzare musica come questa significa che abbiamo la testa che non funziona, allora meno male)

L’ ultima canzone David la canta con il pacco dei cd in mano, quelli che deve vendere.
Mentre Andy e Keith ancora suonano, lui si ritira nel retropalco ma è un attimo e ricompare giù, in mezzo a noi. I pallidoni continuano a suonare, lui è seduto lì, sulla sedia che s’è trascinato dietro, a vendere i suoi cd.
C’è gente tutta intorno a lui, centinaia di persone che sovrastano un gigante… il nostro sciamano di questa notte, chi lo avrebbe mai detto: i suoi cd polverizzati in cinque minuti e lui, il tempo di una-due-tre birre, se n’è già andato.
Ma qualcosa è rimasto, però.

Insert disc: Surf’s up!
(play)
Stand by me David, stand by me.