154

“154”


autore: Wire


etichetta: Harvest


anno di pubblicazione: 1979


con: Colin Newman, Graham Lewis, Robert Gotobed, Bruce C. Gilbert, Joan Whiting, Mike Thorne, Tim Souster, Kate Lucas, Hilly Kristal.


Cool? I Wire erano sicuramente cool, anzi glaciali. Nei tre dischi che hanno licenziato fra il 1977 e il 1999 – “154” è l’ultimo della terna e ne rappresenta la punta di diamante – mettono in fila l’evoluzione che dal punk porterà al post-punk e, infine, a una straniante forma di estetica pop. Ma lo fanno con una soggettività così spiccata, da restare quasi estranei a quello sta succedendo che in quel periodo: inizialmente sono punk?, ma sono estranei alla rabbia del punk, poi sono New Wave?, ma sono estranei alla goffa ricercatezza della new wave, infine sono post-punk?, ma sono estranei alla romantica eversione del post-punk. Chi sei tu? Nessuno, rispose Ulisse, e, come il navigante profugo, i Wire navigano in mari sconosciuti, toccano terre meravigliose, scampano a ogni tentativo di catalogazione, e scrivono la loro ‘odissea’ di perenne ricerca, fintanto che, dopo “154”, avviene lo split, seguito da una serie di valide opere soliste, da numerose collaborazioni di lusso e da alcune reunion, catalogabili fra l’inutile e il patetico, buone soltanto a rinfrancare il cuore di qualche nostalgica Penelope intenta a tessere la tela. Itaca, l’isola dell’oblio, è in vista, e i Proci, lì sta il vero problema, non saranno mai vincitori… o, più prosaicamente, anche ai grandi capita d’incespicare. I Wire sono comunque uno dei gruppi più influenti di quel periodo, e il loro prestigio attraversa l’oceano per attecchire nelle fila dell’hard(core) americano. Fra i gruppi che, attraverso la ripresa di loro brani, hanno dichiarato una servitù nei loro confronti ci sono pezzi da novanta come Die Kreuzen, Minor Threat e Big Black. Tutti gruppi che hanno raccolto molto più di quanto i Wire, in vita, abbiano mai racimolato. Ma, forse, è giusto che sia così.