Transasia: Spazio Chill-Out Sull’Oriente

Una Preghiera In Un Mondo Di Violenza: Da Tarantino A Otomo Yoshihide. Nuova Rubrica e Nuova Folle Collaboratrice Kathodika.

 

 

 

 

 

 

 

Rubrica Scritta, Riscritta E Curata Da  Kittychan

 

kfraticelli@hotmail.com

 

 

 

Apriamo una rubrica sull’oriente. Gli ultimi arrivati in un rete fin troppo ingombra di ideogrammi, news e approfondimenti sulla cultura orientale. Il rimedio contro la saturazione, in ogni caso si sa, è tagliare in verticale; perciò contro l’affollamento di dossier, nicchie, espansioni per derive sempre più settoriali decidiamo  semplicemente di attraversare…Allora l’Oriente non è nient’altro che una zona di pertinenza, geografica e culturale, che si offre come un vincolo a pensare. L’assolutamente altro che ci costringe a tornare a noi, a mettere in movimento il pensiero, a lanciarlo lontano a condizione che torni sempre a noi e non si smarrisca piuttosto fra labirinti esotici ed indecifrabili. Un po’ alla maniera degli amici transessuali, che per concedersi di amare altri uomini passano per l’assolutamente donna. Beh, prendiamo in prestito questa singolare perversione per fare qualcosa di simile, una trans-rubrica che, mentre fissa l’Oriente raccoglie un senso per tutto ciò che ci è senza dubbio più prossimo e familiare! L’idea è di far confluire in questa zona una serie di appunti, emozioni, intuizioni e ossessioni che attraversino generi, canali, pregiudizi e noie di vario tipo, che permettano insomma all’immaginazione di accennare una timida danza.
Chiunque voglia parlare di Gackt così come della politica interna della Corea del Nord, che voglia raccontare la vita nel Nepal o proporre un autore Tailandese è il benvenuto.

 

Una preghiera in un mondo di violenza: DA TARANTINO A OTOMO YOSHIHIDE

 

Non riesco a  scrivere un film se non dopo aver trovato la musica!!”

 

Pare sia questo il manifesto estetico e creativo di Quentin Tarantino. Un manifesto che ha la dinamica di una formula magica, quella stessa nota formula che rese Pulp Fiction popolare tanto per la raffinata operazione narrativa, quanto per l’accattivante ritornello surf.
In Kill Bill 2, Tarantino lascia che siano i titoli di coda ad interpretare il proprio manifesto. Un’operazione del tutto legittima per un regista che fa del bricolage e dei giochi di enunciazione la risorsa del Mito. Sfumata la prima serie di credits, lo schermo diventa una pagina nera intarsiata di  bianchi ricami floreali ai lati, i titoli sfilano per file orizzontali, ordinate… una voce di donna intona una polverosa melodia giapponese, l’arraggiamento è lento, jazzato.
Ecco la formula magica, tributo, citazione, saccheggio e vocazione al tempo stesso. Il pezzo si intitola: Urami  Bushi e a cantare è Meiko Kaji, interprete che già ci aveva deliziati nel primo volume con Flower Of Carnage. Il cerchio si chiude.
Meiko Kaji,  fra le regine  del cinema nipponico anni 70, è la seducente e gelida protagonista del capolavoro cult di Toshiya Fujita,  Lady Snowblood (1973)  film “origine” -dalla struttura ai contenuti- di Kill Bill.
In Lady Snowblood Meiko Kaji è Yuki (Neve), una bambina che, rimasta orfana a causa della morte violenta della propria famiglia, viene affidata alla cure di un vecchio samurai. Yuki crescerà coltivando odio e facendo della vendetta una missione di vita. Ricorda qualcosa?
Ancor prima Meiko era stata Sasori (Scorpion) eroina della serie Female Convict Scorpion, alchimia di sottogeneri e metafora stralunata dell’emancipazione femminile.
Infine la ritroviamo nei panni di Keiko in Yakuza Graveyard (1976) di Fukasaku Sensei –quello di Battle Royale- sorella del boss del clan Nishida ed amante di un piedipiatti diviso fra il proprio dovere e l’amicizia per gli yakuza.
(foto: Meiko Kaji)      Tarantino sa giocare bene, tanto si muove fra le citazioni tanto se ne sbarazza, sollevando così il pubblico dal noioso compito di annotare riferimenti e di perdersi fra strizzatine d’occhio; insomma Meiko canta sul finale, non  per il gusto della razza cinofila, ma per evocare un immaginario.
Metafora dell’annunciazione, la voce dell’arcangelo Meiko svela il personale Vangelo visionario di Tarantino: un locale lussuoso, fumo, tavoli rotondi, uomini in giacca, pistole…si accende un riflettore e sul palco appare una donna bellissima, impassibile, evanescente. La donna canta per il suo eroe o canta le gesta del suo eroe, di solito- prevedibilemente- un cattivo. Qualsiasi film gangster, d’explotation giapponese che si rispetti ha una scena come questa!
Il tempo di quei titoli di coda ed ecco che, anche in Kill Bill, alla maniera di un classico underground nipponico, una donna sola in un mondo di violenza sale sul palco e sguardo in macchina, inizia a cantare.
E’ proprio questa la banale e straordinaria arte del bricoleur: il gioco del  raddoppio, il film nel film, ma soprattutto l’interscambiabilità dei materiali. Umari Bushi, non è la canzone di coda, non è una citazione colta, Umari Bushi è Kill Bill ed il suo immaginario,  tanto quanto il ballo di John Travolta ed il ritornello surf lo erano per Pulp Fiction.
Mi spiego. Vorrei ricordarvi un paio di film di Seijun Suzuki, recentemente proposti da Fuori Orario. Sto parlando di Elegia della lotta e di Deriva a Tokyo entrambi datati 1966. In Tokyo Nagaremono (Deriva a Tokyo o Vagabondo a Tokyo) il ruolo del palco è portato al parossismo.
Il protagonista di turno, yakuza onorevole, si muove senza senso nella realtà ritmata dal motivo popolare: è “un uomo solo costretto a vagabondare” recita il testo della canzone. Il ritornello torna ossessivo a introduzione di ogni nuova sequenza, a sigillare le gesta inutili dell’eroe e a capovolgerne in definitiva lo stereotipo. Il palco perde qualsiasi valore ornamentale e diviene luogo topico, fulcro e  poetica dell’immagine in movimento. Dalle strutture profonde alla messa in scena, la voce sofferta della cantante sostiene una storia e contemporaneamente ne suggerisce l’interpretazione.
Insomma, va bene, Tarantino cita e saccheggia e la sfida sembrerebbe adatta ad un investigatore privato -e purtroppo la maggior parte della critica funziona così, citare, scoprire la citazione ed ognuno si crogiola nel proprio enciclopedismo- ma se solo per una volta volessimo fissare i materiali utilizzati avremmo accesso ad un’infinità di mondi.
Nel caso poi non aveste davvero idea di cosa sia un film yakuza anni 70, vi basti soffermarvi sulla colonna sonora di un celebre anime giapponese, Lupin III, per comprendere il mood dell’ annunciazione!
Per chiudere quest’articolo con un tono sperimentale, vorrei segnalare un disco uscito nel 2002, Dreams dell’ Otomo Yoshihide’s New Jazz Ensemble, che vede la partecipazione straordinaria di un’altra icona del pop giapponese, la signora Jun Togawa. Le tracce Preach ed Eureka contenute in questo disco, sono il frutto di un interessante innesto fra le atmosfere decadenti e malinconiche dei film yakuza, il genere enka e lo sperimentalismo free-jazz. Qualche purista del settore storcerà il naso. Ma se i giapponesi sono i primi a fregarsene dei confini e delle etichette perché non dovremmo farlo noi? In fondo si sta parlando di sprofondare in un immaginario…
Leggendo la presentazione al disco di Yoshihide, curata da John Zorn -il lavoro è prodotto dalla Tzadik- si è ammaliati dalla descrizione di  arrangiamenti tanto inconsueti quanto geniali. Yoshihide stesso sembra perfettamente consapevole del potere evocativo delle proprie guest pop star e ne fa un uso magistrale. Anche in questo caso, ascoltando le love songs di Dreams, si ha l’impressione di assistere ad un continuo trasferimento sintattico fra la sostanza sonora e quella visiva. Preach è indubbiamente la scena di un film, ha la densità dell’immagine ed il ritmo di un immaginario, scandito ancora una volta da una voce straziante e straziata che, aggiungerei, prega in un mondo di violenza.      (foto: Jun Togawa)
Torniamo al cinema. Trenta anni prima che lo facesse Yoshihide, qualcuno aveva già eletto il free jazz a materia filmica privilegiata di questo specifico immaginario. Mi riferisco a  Koiji Wakamatsu ed al suo imprescindibile Estasi degli angeli, parabola anarco politica in veste softcore. La sequenza finale, quella dell’immolazione estrema all’ideale anarchico è un magnifico arrangiamento collettivo di sincopi free-jazz, esplosioni, sangue e melodie d’amore. L’attorcigliamento del sassofonista e la decadenza fisica della cantante sul palco esprimono il destino nero dell’utopia anarcoide in maniera tanto più efficace che i muti agonismi dei protagonisti.

(foto: estasi degli angeli)

Se vi incuriosisce Meiko Kaji – ve ne siete pazzamente innamorati e volete tutte le sue foto e canzoni- potete visitare il sito francese www.meiko-kaji.com, che contiene un’ampia sezione download. Inoltre, se siete rimasti folgorati da Urami Bushi e Flower of carnage, vi consiglio di iniziare a conoscere un po’ meglio quello che prima dell’arrivo delle sonorità occidentali è lo standard del pop giapponese, ossia il genere enka.
Alle produzioni cinematografiche del sol levante è invece dedicato un ottimo sito in lingua inglese: www.midnighteye.com

 

Altrimenti potete sempre tornare al cinema e provare a godervi ancora una volta la melodia dei titoli di coda di Kill Bill 2, una melodia che, riprendendo il confronto con Suzuki, non chiude il film, ma piuttosto lo dischiude e rivela.