Fried

“FRIED”


 


autore: Julian Cope


etichetta: Mercury


anno di pubblicazione: 1984


con: Julian Cope, Donald Ross Skinner, Stevan Lovell, Brother Johnno, Chris Whitten, Oboe Kate St. John.


 


Nick Cave, nel corso di una vecchia intervista, veniva messo accanto a Julian Cope in una ipotetica lista di nuovi poeti maledetti ma, sentendo quel nome, l’australiano  si era messo a sghignazzare… Il tempo ha poi risparmiato entrambi dalla maledizione, anche se i rispettivi percorsi sono stati molto diversi: mentre Cope, come un sole impazzito, ha alternato momenti di brillante lucidezza ad altri di semioscurità, Cave si è pian piano consumato alla stregua di un cero artefatto. Julian Cope… voce enfatica, che però viene ricondotta sempre alla tonalità giusta un pelo prima di stufare, e songwriting bizzarro e creativo che si srotola sulla scia dei Syd Barrett e dei John Lennon, questi gli ingredienti che ne fanno di uno dei più acuti autori di canzoni degli ultimi cinquant’anni. La sua verve, che aveva già brillato a sprazzi nei Teardrop Explodes e nell’esordio solista World Shut Your Mouth, avrà ancora modo di rifulgere in Peggy Suicide, Jehovahkill e 20 Mothers, ma è in questa frittura che riesce a elevarsi sopra la media con una serie micidiale di brani fra i quali spiccano Sunspots, The Bloody Assizes, Search Party, O King Of Chaos, Holy Love, Bill Drummond Said, Laughing Boy e Me Singing. Chissà perché, poi, mi viene da lasciar fuori Torpedo e Reynard The Fox, forse solo per il fatto che stanno in chiusura e apertura, ché non sono certo orditure di grana meno fine. Qui, fra ballate elettriche, filastrocche lunari, recite doorsiane e progressioni lisergiche, si consuma il sogno di una nuova psichedelia. Oggi Cope sembra perso dietro a storie di druidi e antichi monoliti in pietra, più che a fare musica, ma, anche se il suo estro si fosse spento per sempre, ci ha già dato ben più calore di quanto avevamo chiesto.