Festival

“FESTIVAL”


 


autore: Richard Youngs


etichetta: Table Of The Elements


anno di pubblicazione: 1996


con: Richard Youngs, Madeleine, Neil.


 


Richard Youngs? Un musicista che invita a porsi delle domande. Le sue musiche? Qualcosa di difficilmente ingabbiabile in quelle categorie che la storia recente ci ha tramandato. Si tratta di un minimalista? Più che altro sembra avvicinabile a quei musicisti che nel minimalismo avevano trovato una delle loro ispirazioni (leggi Robert Wyatt). Può essere definito psichedelico? Certo, se il termine è riferito ai pochi che veramente lo sono stati (leggi Pink Floyd). Allora è un folksinger? Forse, ma il suo riferimento sembra stare in quei musicisti che dal folk traevano linfa per indirizzarsi verso strane avventure (leggi Incredible String Band). Un orizzonte molto ampio, seppur circoscritto all’Inghilterra pre-progressive dei tardi anni sessanta. Poi va considerata la forte tensione mistica che i suoi dischi riescono sempre a sprigionare indipendentemente dal presupposto, nostalgia di canzoni disadorne e dall’indole altamente emotiva oppure necessità di rigenerarsi in un bagno di rumore, che li ha generati. Il tutto è sempre accompagnato da un’attitudine indirizzata verso l’homemade e l’autoproduzione, dove la ricerca della perfezione formale è uno sfizio che appartiene ad altri mondi. Festival è una specie di compendio delle tensioni creative che consumano il suo autore, al suo interno è possibile cogliere la visionaria pacatezza di Making Paper, le escursioni eccentricamente noise di Radios, la stupefacente fissità di Advent e l’angoscia domestica di House Music. Richard Youngs ci restituisce quanto è nostro da sempre e che, con Tubular Bells, Mike Oldfield ci aveva ignobilmente rubato, cioè ci ridà l’innocenza perduta. Ci sono tutti i presupposti per innalzarlo a culto. Anzi, a mito.