Richard Youngs ‘Festival’

(Table of the Elements 1997)

“Festival” è opera che risale al 1997 e rappresenta la seconda
uscita in solitaria per il musicista scozzese. Siamo distanti dalle forme di folk
piuttosto convenzionale seppur splendido delle uscite che seguiranno ma in filigrana
si possono intravedere i tratti peculiari che caratterizzeranno il lavoro di Youngs.
L’attacco è da brividi, una nota ripetuta e distorta di chitarra per diversi
secondi, poi il tutto collassa in un marasma metallico di corde e tasti con la
voce che intona il suo canto appassionato in contrasto con la base noise, l’idea
da inquadrare è una ipotetica sessione fra l’Incredible String Band,
il Cale pre-Velvet e la lezione minimalista di Terry Riley.
Qualcosa di epico senza ombra di dubbio ma con uno slancio capace di accostare
soluzioni stilistiche realmente azzardate, un’occhio al futuro e l’altro alla
fine degli anni 60. Melodie e distorsione, ripetizioni che odorano di minimalismo
e di certa avanguardia storica a spasso con ambientazioni degne dei primi Nurse
With Wound
; bello in poche parole.
Nil A. M. ci trasporta in un’universo dove troviamo una lisergia da post
colazione che si fuma la sigaretta con strane forme blues e soffici mantra aromatizzati
allo zenzero.
Non siamo distanti anche se con soluzioni logicamente differenti dalle istanze
promulgate dagli Experimental Audio Research, lo spirito allucinatorio
è lo stesso.
Poi Angel Petrinabell con il suo aroma strambamente sognante alla Who
che si schianta su di una lastra di marmo con sopra inciso Spacemen 3 per
un connubio che a seconda del nostro umore potrà essere ammaliante o assolutamente
irritante nel suo insistere su liquide tastiere e vaporose chitarre.
Segue un’altro giochino quasi tutto in reverse con giocattolosi guizzi
elettronici che nulla aggiunge se non la voglia di passare velocemente al brano
successivo anche se a qualcuno piacerà da matti per quella sua aria da
extravaganza lo-fi; sorge il dubbio lecito che tutti i fregi modernisti
citati altro non siano che rutti provocati da qualche pesante fritto inizio anni
70.
The Sea is Madness
chiude il discorso insistendo sulla ripetizione di poche
note rompendoci non poco le palle con la sua solennità piuttosto retorica.
In sostanza è vero che il bello di Youngs verrà dopo e che questo
è un lavoro acerbo ma facendo i giusti conti: un brano splendido, un’altro
quasi, uno a seconda dell’umore bello o profondamente irritante e due abbastanza
brutti.
“Sapphie”, “Making Paper” e “May” sono tutta un’altra
cosa.

Voto: 5

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