Pierluigi Billone ‘Mani.Longs’

(Durian/Fringes 2002)

Dopo lo splendido “ORA” di Gianfranco Pernaiachi, uscito per la romana “Ants”, la musica contemporanea italiana si arricchisce di una nuova e opportuna documentazione. Questa volta i riflettori sono puntati sul milanese Pierluigi Billone e l’etichetta è nientepocodimenoché la blasonata Durian Records. “Mani.Long” è una composizione di circa tre quarti d’ora che contempla un insieme strumentale composto da un pianoforte/celesta, tre kit di percussioni, sei strumenti ad arco e otto a fiato. L’iter è costituito da un continuo dialogare, ora soffuso e ora insofferente o concitato, nel quale le singole voci sembrano prevaricare sul baccanale collettivo, giungendo in alcuni passaggi a sfiorare i confini del silenzio assoluto. La scrittura di Billone sembra avere radici storiche nella Musica per archi, percussione e celesta di Bartòk, ancor più, in alcune pagine di Giacinto Scelsi con tutto ciò che ne deriva in termini di universalità del linguaggio, spiritualità d’espressione e libertà di forma. A conforto di ciò vi è l’utilizzo ostentato delle percussioni, il carattere impetuoso di alcuni passaggi, la preferenza per le timbriche grevi e le escursioni nella dissonanza messe in piazza da fiati ed archi. In ambito accademico-sperimentale abbiamo un patrimonio storico estremamente ricco e importante – Berio, Nono, Maderna… lo stesso Scelsi – e musicisti come questi stanno positivamente a dimostrare che tale patrimonio non s’è ancora definitivamente disperso. Dare loro credito è quasi un dovere. Ottima l’esecuzione da parte del Klangforum Wien diretto da Johannes Kalintzke
Approfitto dell’occasione per segnalare anche “Phonographics 1-5″, un dischetto Durian a 3” accreditato a W.Dafeldecker, C.Fennez, M.Siewert & B.Stangl del quale s’è parlato poco e niente nonostante sia in commercio già da qualche mese. Gli autori appartengono a quella genia di musicisti da sempre in bilico fra nuova elettronica e improvvisazione, quindi ci troviamo addentro a quell’universo ‘new forms’ dove la ‘ricerca’, sia timbrica che melodica, viene innalzata a mo’ di bandiera. Mi piace l’idea di non intitolare i cinque brani con un termine obsoleto quale ‘improvvisazioni’ ma con un ben più calzante ‘fonografie’. L’improvvisazione è una forma espressiva legata all’umore dell’ambiente e del momento in cui è prodotta, quindi è unica e irripetibile (‘… un arrangiamento di silenzio, suono e ritmo che non è mai stato udito prima e che non sarà mai più udito dopo’, come scrive Leo Smith). Non è un caso se un giornale come “Musiche”, che trattava prevalente musica improvvisata, dedicava una buona fetta del proprio spazio alle recensioni dei concerti. Dal momento che la musica viene registrata, e quindi giunge nelle mani dell’ascoltatore fissata (vale a dire scritta) in un qualsiasi tipo di supporto, non può più essere considerata come improvvisazione ma diventa una scrittura a tutti gli effetti, riascoltabile in qualsiasi momento (pur utilizzando un lettore meccanico invece che un gruppo di musicisti). Sarebbe quindi molto più appropriato parlare di composizione spontanea. Senza considerare che l’improvvisazione allo stato puro è una forma ormai in fase di archiviazione. Scusate lo svicolamento e prestate attenzione alla sostanza: “Phonographics 1-5” è un disco che vale abbondantemente le quattro stelle. Per finire è obbligatoria una critica alle nuove confezioni della Durian (il panino, versione rustica della conchiglia). Costringere l’ascoltatore a cercarsi le note relative al cd nel sito dell’etichetta equivale, di fatto, a un aumento occulto del prezzo di copertina.
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Voto: 7

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Autore: sos.pesa@tin.it