Spring Heel Jack ‘Amassed’

(Thirsty Ear/2002)

Gli Spring Heel Jack sono il classico gruppo metà anni novanta che si
muoveva in ambito drum’n’bass, senza eccessivi scossoni e senza scostarsi poi
troppo dal trend allora imperante, ma la scaltrezza deve sicuramente far parte
del loro bagaglio artistico, la volontà di non rimaner intrappolati in
un genere, che nel giro di poco tempo, ha subito un collasso creativo che ne ha
sancito la fine e ne ha fatto merce buona al più per qualche breve spot
pubblicitario su Mtv; deve essere assolutamente lodata se poi i risultati sono
quelli che ritroviamo, raccolti in questo lavoro sicuramente inatteso.
In tempi non sospetti i due John Coxon e Aslhey Wales presero
la decisione di trasferirsi temporaneamente a New York, dove con pazienza e
dedizione si sono ricreati una sorta di nuova verginità artistica. Con
caparbietà e ritrovato entusiasmo hanno dato vita ad una serie di collaborazioni
pesanti con gente del calibro di Tim Berne, William Parker e, più
specificamente, il giro della scena jazz della città.
Deve essere stato un duro lavoro ma, sicuramente, ne è valsa la pena da
quel che possiamo giudicare, le formule ritmiche sono state abolite in virtù
di un nuovo stile che si muove sul filo del nulla. Di elettronica vi è
rimasta soltanto la capacità di ricreare tremolanti tessiture al limite
del silenzio, dove gli strumenti di volta in volta si adagiano in maniera piuttosto
inedita. A questo punto si era oramai fatta l’ora di ritornare in Inghilterra
consapevoli che il loro talento direttivo si era quanto mai acuito. Quindi non
restava altro da fare che ricercare gli uomini giusti per quello che avevano
in mente. Ed adesso inizia il bello, i nostri, infatti, non si accontentano di
umili comprimari, ma si rivolgono ad alcuni fra i migliori artisti della scena
europea, l’elenco dei nomi riportato sul disco potrebbe dare l’idea del supergruppo
stanco e loffio, ma cosi non si rivela essere. Han Bennink batteria, John
Edwards
contrabbasso, Evan Parker sax, Paul Rutherford al
trombone, Kenny Weelher tromba, Matthew Shipp piano, Jason
Pierce
(Spaceman 3, Spiritualized) chitarra.
“Ammassed” elude il rischio di una scrittura condizionata dalla grandezza
dei nomi coinvolti e sviluppa invece un percorso che più europeo di questo
non si può. Si attinge a piene mani nella scuola improvvisativa del nostro
continente, adattandone le forme ad un’intricato arabesco esecutivo che vive
di momenti esaltanti, come la percussiva ‘Duel‘ o l’aspra ‘Maroc‘.
L’elettronica si mantiene quasi costantemente sullo sfondo limitandosi ad ispessire
lo strato sonoro e quando si rende, maggiormente, visibile utilizza quasi sempre
caratteristiche fortemente dedite al rumorismo concreto ed al glitch più
mesmerico. I riferimenti sono legati a doppio filo alle più belle esperienze
radicali inglesi ed olandesi e vi si può ritrovare anche qualche eco
di be bop fra le righe, mirabile, in questo senso, è ‘One Hundred Years
Before
‘.
Menzione particolare riservata per Jason Pierce, finalmente di nuovo ruvido
come un tempo; speriamo che questa avventura gli abbia fatto bene.
In definitiva da lodare in maniera entusiasta è il talento di Coxon e
Wales nel tener insieme la tensione in un’opera che non sfocia mai nella freddezza
interpretativa e non si richiude mai su se stessa ma,anzi, utilizza il talento
dei musicisti coinvolti per creare un linguaggio totalmente godibile ed in parte
genuinamente originale, senza inutili intellettualismi di fondo.
Questo lavoro è sorprendente, questa opera se avesse parole, forse, parlerebbe
la stessa lingua del Wyatt solista. Qualcosa di puro, popolare, fiero;
talmente alto da rivelarsi imprendibile.
Questo disco è un capolavoro.

Voto: 8

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