Fm3

La leggerezza dell’evanescenza. Un’intervista con il duo cinese.

Delle apparizioni live del Dissonanze 2002, ebbi già modo in questa sede, di registrare l’entusiasmante carica ipnotica della performance degli Fm3 .


In poco meno di un’ora, gli astanti furono addentati da una fortissima evanescenza liquida, distante anni luce da ciò che su questo pianeta prende il nome di ricerca elettroacustica, sia perché il lavoro si presentava come un continuo lacerare il silenzio e sia perché emergeva dal niente e vi ritornava in brevissimo tempo. A differenza di coloro che oggi lavorano con il silenzio, su tutti Gunther, il lavoro degli Fm3 presentava una variegata densità materica, suoni con profondissime variazioni armoniche che avevano il pregio di violentare l’ambiente circostante come quello di non chiedere nient’altro da sé. E’ un lavoro che a differenza di quello guntheriano si presenta senza spocchiosità intellettualistica, senza bisogno di nominare per forza il proprio lavoro con dei termini. E questa è una cosa che accade quando il  progetto presenta mancanze che si crede vadano riempite a parole. Ho colto al volo l’amicizia a distanza con Christiaan per scambiare qualche chiacchiera e sapere qualcosa di più su questo misterioso connubio che spinse un americano (il nostro intervistato) ad addentrarsi in Cina per studiare musica popolare cinese e rimanervi. 


 “Sostanzialmente la mia preparazione musicale è quella di un tredicenne che studia al conservatorio il cui maestro l’avvia allo studio del minimalismo ed a concetti quali decostruzione e musica concreta. La mia vita cambiò quando mio padre comprò uno dei primi computer Apple II intorno al 1980 e questo mi aiutò a modificare profondamente il mio rapporto con la musica. Al tempo stesso suonavo in una serie di band punk/noise/abstract e decisi di studiare musica indiana e cinese. Andai in Cina la prima volta verso la fine degli anni ottanta ed iniziai a studiare uno strumento tradizionale che si chiama Gu Zheng che è meglio conosciuto come Japanese Koto”. Christiaan comincia però a trovarsi bene in Cina e sempre più raramente ritorna al suo luogo d’origine. Lì, a Beijing, frequenta la comunità dei musicisti del luogo e fonda gli Fm3. Ho avuto modo di sentire i primi lavori e sono davvero differenti da quelli attuali: dancefloor piuttosto scontata caratterizzata da forti dosi di drum’n bass. “Infatti soltanto in un secondo momento cominciammo ad utilizzare campioni di strumenti tradizionali cinesi per applicarli all’elettronica. Lavorammo con un’orchestra tradizionale di 4 elementi che ci fornivano tutto il suono di cui avevamo bisogno per trattarlo”.


Christiaan mi racconta di essere stato iniziato alla musica da bambino, in tenerissima età. E la sua ottica è sempre stata quella del Do-It-Yourself cara al punk. “La musica di Ambiente Sinica del 1991 è molto simile alla musica che preparavo a 15 anni: altamente ripetitiva con strutture minimali in ripetizioni e riflessive. Fm3 è il primo gruppo minimalista in China che è ancora legata alla musica delle decadi precedenti sotto il controllo comunista”. Questo unico lavoro del duo è possibile richiederlo al gruppo stesso poiché manca di distribuzione europea e per giunta l’etichetta che lo aveva coprodotto è fallita qualche mese prima di darlo alle stampe. Il che fa degli Fm3 uno dei gruppi più interessanti del globo ma tuttora privi di etichetta. Ambiente Sinica dura un’ora ed è diviso in dieci movimenti tutti caratterizzati da un momento doppio: quello dell’inizio piuttosto silenzioso che diventa materia vivida sonora e quello del morire del suono. Le atmosfere talvolta diventano aeree, mentre in genere rimangono minacciose, suadenti, a metà tra lo spazio terrestre e quello celeste. Si sente che tutta la contaminazione europea, americana, mondiale è completamente assente. E’ come se questo disco provenisse direttamente dagli anni settanta ma venisse riadattato e rimasterizzato attraverso la più avanzata tecnologia. C’è un forte sapore d’antico, un sapore cinematografico, che emerge nelle trame del suono avvalendosi di tecnologie moderne ma proponendo l’antica melodia, quella più tradizionale. Spero vivamente che si possa sentire questo lavoro al più presto su qualche etichetta magari sensibile a queste proposte.


 


di Salvatore Borrelli