Swayzak ‘Dirty Dancing’

Dopo quel prezioso pacchetto di remix regalato alla serie Groovetechnology, si rifanno vivi i londinesi Swayzak con un full length a tutto tondo – il terzo per l’esattezza – a spaziare ancora una volta fra un immenso bagaglio di influenze stilistiche. Il gioco di parole non stupisca, con “Dirty Dancing” il duo rinnova l’oramai nota, sebbene discutibile, stima per l’attore Patrick Swayze (dal quale anche il nome) e, volendo dare un significato più profondo al tutto, il totale disprezzo verso tutto ciò che di scontato inquina purtroppo molta dance di oggigiorno. Non è di fatto la disinvoltura di movimento fra contrasti stilistici a colpire stavolta ma bensì l’inventiva, la personalità nonchè il gusto e la cura maniacale profusa in ogni singolo episodio. Dieci tracce in totale, di cui due solamente strumentali e le restanti arricchite da collaborazioni con produttori e vocalists d’eccezione – su tutti il contributo dei canadesi Headgear su In The Car Crash e del duo Adult direttamente da Detroit su I Dance Alone. Cinquantuno minuti per perdersi tra suggestioni tech-house, asperità cyber-electro, attitudini techno e oscillazioni dub e in più una perla: Buffalo Seven, con il cantato dell’emergente Klaus Kotai (del quale un album solista per la berlinese WMF) – giusto per non lasciare a bocca asciutta i dancefloors più esigenti quest’inverno. Questo terzo album degli Swayzak si rivela in definitiva complesso per diversità di intenti ma non eccessivamente ermetico come gran parte delle produzioni di questo tipo e indicherà una volta per tutte James Taylor e Dave Brown tra i technoheadz più accreditati per poter essere proposti alla grande massa. Senza perdere di vista il buon gusto.

Voto: 7

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