The Dandy Warhols ‘ Thirteen Tales from Urban Bohemia’

A parte l’insediamento presidenziale più sospetto della sua storia elettorale nella figura di un intrepido sfidante di pretzel, l’America non ha poi prodotto molto altro degno di nota nel nuovo millennio. Certo, a meno che non decidiate di passare per anime belle e rallegrarvi della buona novella delle principali testate circa l’avvento di una folgorante nuova scena rock improntata alle ‘new sensation’ di The Strokes, White Stripes e Moldy Peaches (che di new hanno solo l’apertura di qualche conto in banca – invero forse in negativo per gli ultimi – e in comune hanno giusto i sei articoli della costituzione). Come sempre in questi casi, le sensazioni forti e dirette sono da ricercare altrove. Oppure scordarsele.
Quest’album lancia l’offerta due in uno.

Passato sotto silenzio in quanto a visibilità mediatica all’epoca della sua uscita e ora ridotto soltanto a un paio di hits da pubblicitari senza scrupoli “Thirteen Tales from Urban Bohemia” è il più grande testimone su celluloide dell’unica vera rivoluzione ‘made in Usa’: la postmoderna incapacità di interpretare il proprio stesso linguaggio. In tredici brani quante le tredici colonie originarie, l’immagine veicolata è quella di un’America alienata, soffocata da un ipercitazionismo pressurizzato con Courtney Taylor espressione suprema di un’icona rock ormai inutile nel suo liquefarsi in puro clichè etico-estetico. Neppure i migliori computer graphics avrebbero saputo disegnarli così, neppure il più selvaggio brainstorming avrebbe potuto produrre lyrics come queste: I really love your hairdo yeah, I’m glad you like mine too, see what looking pretty cool.
I Dandy Warhols sono niente più che un fantasmagorico quilt cucito con i più variegati tasselli della cultura americana: i New York Dolls, i jeans, Clint Eastwood, i Cramps i bikers, i Georgia Satellites, Russ Meyer, Eddy Arnold, le luci di Las Vegas, Cry Baby di John Waters, lo Shuttle, i pushers, gli Youngbloods i tori meccanici… ma… …devo davvero continuare?
Il loro guaio è che di solito per i critici o si è sotto la superficie (spessore e personalità capaci di incidere la storia del rock nel profondo) o si è sopra la superficie (trascurabili frivolezze da classifica). A nessuno viene mai in mente che si può anche ‘essere’ la superficie. Immergetevi o surfate… per loro fa lo stesso. Per quanto mi riguarda: irresistibili.
Cause I like you, yeah I like you… and I feel so bohemian like you…

Voto: 10

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