Ronin ‘Fenice’


(Santeria/Audioglobe 2012)

Prologo: allacciate le cinture di sicurezza, mettetevi comodi e preparatevi a partire per uno splendido viaggio in luoghi non ben definiti, ma che potrebbero essere identificati nel lontano Far West, ma anche a tratti nell’area mediterranea, e in un’epoca del passato, più o meno recente.
I Ronin (nome che ricorda i samurai giapponesi senza padrone, che spesso vivevano al limite tra la condizione di mercenari e anarchici), capitanati dal poliedrico Bruno Dorella (batterista nei progetti OvO e Bachi da pietra) e con un equipaggio composto da ottimi musicisti (tra gli altri Nicola Ratti alla chitarra, Chet Martino al basso e Paolo Mongardi alla batteria), vi augurano buon viaggio. Il viaggio dura solo 50 minuti, ma vale certamente la pena.
Questa introduzione per rendere l’idea dello splendido ultimo lavoro dei Ronin, “Fenice”, un disco suggestivo, ricco di sfumature, a tratti ipnotico, perfetto prosieguo del percorso della band che già ci aveva abituati a lavori di pregevole fattura (tra gli altri “Lemming” e “L’ultimo re”), sempre rigorosamente strumentali, anche se con rari intermezzi cantati affidati a capaci e suadenti voci femminili.
Il viaggio inizia in punta di piedi, con la chitarra pizzicata di Spade, per sfociare nella bellissima Benevento, coinvolgente e con uno splendido crescendo, e ripiombare nella tranquillità evocata da Selce. Da qui il viaggio riprende inaspettatamente con i ritmi quasi tribali di Jambiya e prosegue con la struggente ed evocativa title-track Fenice: ascoltandola ad occhi chiusi sembra quasi di vederla…
Il lavoro cambia radicalmente tono con l’ipnotica It was a very good year, unico pezzo cantato del disco (così come la stupenda Il galeone del 2007, interpretata da Amy Denio), dove Emma Tricca si cimenta con un classico degli anni Sessanta scritto da Ervin Drake ma portato al successo da Frank Sinatra. Il viaggio, o meglio il film, riparte con i ritmi swing di Gentlemen only e prosegue con la rarefatta Nord, che cresce nel finale con un riff di chitarra che sembra annunciare un imminente non lieto fine; finale che arriva invece con le note quasi caraibiche o sudamericane di Conjure men, in un tripudio di fiati.
Epilogo: finita l’esperienza, si torna alla solita vita, alle solite cose, ma di sicuro più appagati e arricchiti. La fenice rinasce dalle proprie ceneri e lascia presagire ulteriori ottime alchimie sonore. L’unica certezza per ora è che sarà impossibile non contemplare “Fenice” tra i migliori dischi dell’anno appena iniziato e ringraziare i Ronin per costruire le colonne sonore delle nostre giornate.

Voto: 10

Link correlati:Ronin Home Page