Shel Shapiro ‘Io sono immortale’

Di Diego Giachetti

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Tutto cominciò quando un giorno suo padre del futuro giunse da Budapest con una chitarra in dono per il giovane figlio. Fu subito affascinamento e amore a prima vista che sfociò in un rapporto destinato a durare per tutta la vita, non con quella chitarra specifica ma con tante altre a cominciare dal desiderio che accese di possedere una Fender Stratocaster. Se il pianoforte ha rappresentato il mobile borghese per eccellenza, specchio di floridezza economica e di posizione sociale, e il sassofono è stato lo strumento preso a simbolo del jazz, con la sua mobilità e quindi socialità esterna alle mura domestiche, la chitarra elettrica diventa il simbolo del rock, forse il primo linguaggio universale della storia, quello più elementare nell’approccio tra gli esseri umani, dice l’autore del libro. Da qui inizia l’avventura di un ragazzo e di una generazione «innamorati della musica e della libertà» nella quale si mescolarono politica e rabbia in un intreccio spesso inconsapevole mosso però da un forte elemento comune dato dal bisogno di dare spazio a una «fortissima vitalità. Energia». E’ in questa generazione che egli si affaccia, diciassettenne, negli anni Sessanta. Giovane come gli altri ma attanagliato da paure e angosce una specie di senso di insicurezza cosmica dovuta al terrore della possibile guerra termonucleare. Un’infelicità addolcita e resa sopportabile dalla musica. Già all’età di 14 anni suona in una band con amici nella Sinagoga perché la sua famiglia, emigrata dalla Russia all’Inghilterra, era di origini ebraiche. Facile poi il trascinamento nel mondo del rock, in quella che definisce la conclamata follia che sta contagiando la sua generazione. Giovanissimo con una band finisce a suonare ad Amburgo e da lì passa in Italia dove, con gli altri componenti del gruppo, diventando i mitico Rokes. Suonano inizialmente per Teddy Reno e Rita Pavone, poi conoscono una repentina affermazione personale. E’ il tempo di Ma che colpa abbiamo noi, E’ la pioggia che va, Piangi con me!, e altre canzoni ancora. Sono ventenni la vita gli piomba addosso, tutta e all’improvviso. Una vita di musica, di lavoro, di spostamenti, di serate, una vita comunitaria, vissuta in gruppo, in compagnia in un contesto nel quale stavano «calando le difese immunitarie del pudore»: «eravamo sempre circondati da donne, dopo la fama la nostra casa sembrava addirittura un’agenzia per fotomodelle. Si faceva sesso con tutte. In quegli anni non c’era alcuna ipocrisia nel sesso». Vivere alla giornata, da rockstar, spendere un sacco di soldi, non pensare al futuro, questi sono i Rokes in attesa del ‘68. E la coscienza sociale e politica, ce l’avevamo? Si domanda. Quella politica no, dice, soprattutto perché, venendo dall’Inghilterra, della politica italiana capivamo poco. Ma una coscienza sociale sì. Nei comportamenti, nelle parole noi non dividevamo più la società in conservatori e progressisti, ma in “noi” e “voi” segnalando la diffusione di un conflitto che era generazionale. Così accadde che i giovani trovassero nelle loro canzoni «il libretto d’istruzione d’istruzione per smontare il mondo e rimontarlo». Il ’68 per Shel e i Rokes è un momento di cesura, una svolta politica, una richiesta di impegno che non ressero, difatti la storia del gruppo si conclude nell’agosto 12 agosto 1970. Il ’68 rammenta non li aveva perdonati, erano ancora popolari, ma non erano più i detentori del verbo, un nuovo soggetto si autorappresentava e si dava una mitologia nuova. Loro capirono e si sentirono solo una piccola parte di ciò aveva ispirato il ’68, che era un fatto nuovo e richiedeva un passaggio di testimone. Terminata quell’esperienza Shel diventa nei decenni successivi uno che «lavora nella musica».  Scrive e compone, lavora con Mina, Patty Pravo e tanti altri artisti, ha una famiglia. La prima s’interrompe tragicamente, ma gli lascia comunque una figlia, poi ricostruisce  un altro rapporto, un’altra famiglia, altri figli. E’ questa la dimensione lunga del tempo di vita di Shel, che lui rivendica e descrive nei particolari, quasi a voler sottrarre il suo nome dal momento esclusivo che lo associa ai Rokes. Una storia quest’ultima, certo folgorante, ma non esaustiva di tutta la sua vita, del suo carattere, delle sue idee e delle sue creazioni artistiche.

Link: Shel Shapiro, Io sono immortale, Milano, Mondadori, 2010, pp. 226, euro 18.00