Visconte di Lascano Tegui ‘Sogno senza fine’

 

Di Marco Loprete

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Nel 1930, nel presentare la sua traduzione dell’edizione francese di “Sogno senza fine”, Francis De Miomandre, letterato raffinatissimo ed illustre ispanista, lo definì “una delle cose più originali, più singolari” che avesse mai letto. Come dargli torto? “De la elegancia mientras se duerme” (questo il titolo originale dell’opera), è un testo che sfugge a qualsiasi sorta di classificazione, di definizione.

Dandy, amante della bella vita, “nomade per vocazione, ma distante dallo stereotipo del poéte maudit” – come ci spiega Raul Schenardi in un breve saggio posto in conclusione all’opera -, Emilio Lascanotegui (vero nome dell’autore), nacque nel 1887 a Entre Rìos, Argentina, da una famiglia di umili origini. Ben presto si trasferì a Buenos Aires, dove lavorò come traduttore per L’Ufficio Internazionale delle Poste. In quel periodò viaggiò molto: fu in Francia, Italia e Nordafrica. Si attribuì il titolo di “visconte” e spezzò il suo cognome in Lascano Tegui perché il tutto suonava decisamente più “nobiliare”.

Il suo esordio letterario risale al 1910, con la pubblicazione di una raccolta di poesie, “La sombra de Empusa”, che ottenne gli apprezzamenti degli ambienti artistici d’avanguardia ma fu snobbata dalla critica accademica. Nel 1913 era a Parigi, dove strinse amicizia con Apollinaire e Picasso ed espose i suoi quadri in numerose mostre collettive (la pittura, assieme alla letteratura ed all’arte culinaria, era da sempre una delle sue passioni). Svolse numerosi lavori – dal venditore ambulante al meccanico dentista –, scrivendo con continuità su svariate riviste argentine, prima di entrare, nel 1923, a far parte del servizio diplomatico, attività che lo portò a viaggiare in tutto il mondo fino a Los Angeles, dove visse tra il ’40 ed il ’44 prima di ritornare definitivamente in patria.

“Sogno senza fine” fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1925, ma pare che la sua stesura risalga al 1914. Si tratta di una sorta di diario apocrifo dell’autore, in cui si mescolano con disinvoltura, come scrive Schenardi, “elementi del romanzo gotico e poliziesco, slanci lirici e gustose parodie, aforismi stravaganti e acuti spunti metaletterari”. Volendo cercare di inquadrare il testo, lo si può definire come una sorta di romanzo di formazione in forma diaristica, che racconta l’iniziazione al sesso, alla letteratura e al crimine del protagonista. Profondamente influenzato dalla letteratura decadente (tra i numi tutelari dell’operazione si possono annoverare Verlaine, Lautréamont, De Quincey, Huysmans e così via), il romanzo affronta tutta una serie di temi scandalosi, che vanno dal feticismo al cambio di sesso, passando per l’omosessualità, la pedofilia e la sifilide; “ma – avverte Schenardi – in fondo è solo una posa avanguardistica, mentre la vera radicalità della proposta letteraria emerge dalla deliberata assunzione di un soggetto mobile, instabile, che mette in discussione la nozione stessa di identità, spostando tutta l’attenzione sulle stupefacenti metamorfosi del narratore e sulle inquietanti figure che popolano le sue pagine”.

Onore dunque alla Barbera Editore per aver pubblicato per la prima volta in Italia un libro assolutamente unico, indubbiamente uno dei capolavori della letteratura del ‘900, parto della fantasia (e della vita) di un autore che merita assolutamente di essere riscoperto.