The Strokes ‘Room in Fire’

(Rough Trade 2003)

Un bluff (anche nell’arte) non è una mossa falsa e scorretta ma, anzi, del tutto legittima. E nel ‘per niente fumoso’ poker mediaticomusicale odierno finisce per arrivare a un passo dall’essere addirittura doverosa.
Ai tempi di quell’eccitante “Is This It?” non c’era ragione di chiedersi cosa avessero effettivamente in mano i cinque newyorchesi più azzimati di quella ‘sporca cosa chiamata rock’n’roll’. E tanto meno ce n’era il tempo con tutte quelle scosse dance che dagli impianti hi-fi ti scombinavano la spina dorsale, con quelle gazzose sixties che toglievano di colpo l’arsura del deserto pop degli ultimi anni, con quel look così consapevolmente adeguato da perdere qualsiasi tratto artificiale.
Oggi, all’uscita di questa ‘bevanda all’idrolitina’ chiamato “Room on Fire” lo sappiamo.
Casablancas e soci non sono solo cinque ragazzetti a cui piace suonare i loro tre accordi sopra un palco per ottenere favori sessuali dalle ragazzine in prima fila. Sì… insomma… la musica gli interessa. Ci provano a buttare giù i loro pezzi (non vi commuoveste tutti quando circa un anno fa dichiararono di essere nel bel mezzo di un ‘blocco creativo’?). Ci tengono a modellare il loro sound. Ci tengono anche a ribadire i loro rapporti di amore-odio con Velvet Underground, Television, con i rimandiBeatles e certo garage rock di ultima generazione.
E lo dichiarano con un album agrodolce, più ‘lento’ come ci avevano promesso e dai toni gradevolmente dimessi. Un album con qualche hit tutto personale (vedi l’ottima What Ever Happened? del tutto incapace di parlare seducentemente a chi non abbia già avuto precedenti contatti con la band), qualche pregevole sognante brano pop (vedi Under Control che sembra uscita da un demo di qualche sperduta band filobeatlesiana suonato da radio graffiti) e qualche motivetto senza tempo da canticchiare mentre si va dal giornalaio (I Can’t Win ma soprattutto l’irresistibile giretto di chitarra di 12:51 che sembra direttamente rubato ai vari Pavement o Grandaddy). Per il resto è puro materiale Strokes di routine (sul livello dei brani già consacrati nella dimensione live come Meet Me in the Bathroom per intenderci) ora moderato come You Talk Way Too Much ora fintamente movimentato e aggressivo come The Way It Is, in entrambi i casi splendidamente mediocre.
Il nuovo album insomma sembra rifuggire dal punto di vista strettamente compositivo qualsiasi velleità sensazionalistica e occuparsi prevalentemente quanto imprevedibilmente – e, diciamocelo, anche goffamente – di musica. Per certi versi sembra un album di transizione… offerto in pasto così… “Tanto per vedere l’effetto che fa”…
Con sobria mossa ad effetto gli Strokes calano sul tavolo un bel tris e, per tenere tutti sulle spine, tengono sornionamente le altre due carte in mano.

Tanto lo sanno che sarà l’hype giornalistico a decidere il punto in loro possesso.

Che l’accattivante Meet Me in the Bathroom si riferisca a tutti quei ritagli da toilette con le loro foto in copertina?

Voto: 6

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