Shamansongs : fifteen dreams of Haino Keiji

Animoso excursus sulle ultime produzioni dell’artista giapponese.

La musica rock giapponese, nonostante sia un culto recente, ha alle spalle un lunghissimo periodo d’incubazione underground e Haino Keiji, sulla scena fin dalla fine degli anni Sessanta, la rappresenta nei suoi aspetti di longevità, qualità e tipicità. Prima di parlarne voglio però fare un breve excursus a proposito dell’etichetta giapponese PSF, dal momento che recentemente è stata presa in distribuzione da Fringes con conseguente agevolezza nel reperire buona parte dei dischi di Keiji e di altri nomi importanti della musica giapponese, quali Kazuki Tomokawa, Mainliner e Motoharu Yoshizawa, ma non solo, perché la PSF ha in catalogo anche numerosi musicisti occidentali (Harry Bertoia, Derek Bailey, AMM…). Purtroppo (dico purtroppo perché sulla carta sembra molto interessante) non ho ancora visto il libro fotografico “Jiyu No Ishi (Free Will)” di Yuji Itsumi, pubblicato recentemente dall’etichetta, che contiene ritratti di Otomo, Bailey, Keiji, Yoshizawa più altri e un CD con brani di alcuni di loro. Dopo la premessa, utilissima per dilazionare di qualche riga l’inizio vero e proprio, entro nel merito di un personaggio che, a causa della sua predisposizione ad attraversare i generi, le strumentazioni e le situazioni musicali più varie, è veramente difficile da inquadrare; anche la produzione più recente, quella presa in esame in quest’articolo, crea difficoltà nel cercare una qualsiasi sistemazione logica e quindi richiede una divisione arbitraria fra attività solista, gruppi con maggiore o minore stabilità e collaborazioni varie.
Inizio dalle ultime, in massima parte concentrate nell’anno 2000, dedicando prima due parole alle difficoltà, tipiche di questi anni, che incontra chi vuol parlare di musica in modo schietto; la produzione a valanga – quella personale di Keiji, quindici CD in tre anni, è davvero spaventosa – rende davvero problematico occuparsi in modo attento dei vari dischi. Motivi d’assuefazione e sovraccarico mi hanno inizialmente portato a sottovalutare “You Should Draw Out The Billion And First Prayer”, inciso in collaborazione con il duo femminile Coa, che riascoltato a tre anni di distanza è invece un piccolo gioiello. Proprio il motivo critico iniziale, un’eccessiva piattezza, viene a cadere; si tratta, infatti, di un disco dagli evidenti mutamenti umorali. Caso mai è possibile discutere sul suo gusto retró, che nelle lunghe tirate chitarristiche ricorda Neil Young, in altri momenti la migliore psichedelia californiana – quella dei Quicksilver – e, in almeno un attacco elettrico, i vudù hendrixiani. Le vere sorprese giungono però da alcune virate folk e nel simpatico call and  response vocale del brano iniziale. Un disco notevole, tanto da poter essere incluso fra i suoi migliori, è anche “The Strange Face” in coppia con Shoji Hano. La collaborazione fra i due risale a vecchia data, ed è quindi un evento ormai consolidato, dal momento che Keiji suonava in due brani di “Tayhei Nipon” (CD uscito nel 1991 a nome del batterista). I cinque duetti in cui Keiji usa la chitarra sono molto variegati e passano da costruzioni più classicamente jazzy a zone di torbido noise. I due brani in cui Keiji utilizza la voce hanno invece, soprattutto il secondo, il fascino esotico e misterico del rito sciamanico. Nel contraddittorio “Shadows” il duo è rafforzato dai fiati, tarogato, sax tenore e clarinetto, di Peter Brötzmann. Non sono affatto d’accordo con tutto il parlare che s’è fatto ultimamente su Brötzmann, ritengo infatti che il sassofonista tedesco abbia da tempo esaurito molti stimoli creativi riducendosi a una macchietta che urla e strepita a vuoto. Ciò non vuol dire che il giudizio sul disco è totalmente negativo ma solo che si tratta di un’occasione mancata la cui conoscenza, a dispetto di alcuni momenti pregevoli, non è indispensabile. Il tedesco, come si può intuire dalle buone intenzioni che preludono a Shadows Part 2, saprebbe ancora fare qualcosa di meglio se solo evitasse di recitare una parte ormai prestabilita, i momenti più validi risultano infatti proprio quelli in cui riesce a contenere la sua proverbiale irruenza. Il tandem giapponese rimane imprigionato nell’ottica voluta dal sassofonista e raramente è in grado di sprigionare quelle energie positive che avevano determinato la piena riuscita del disco precedente. Peccato.
Il 2000 ha portato con se anche due collaborazioni con altrettanti chitarristi: Jean-François Pauvros e Derek Bailey. Si tratta di due dischi validi seppur non stratosferici. In “Y” Keiji e Pauvros sono accompagnati dal batterista François Causse in progressioni elettriche fra jazz, noise e psichedelia, a tratti sporcate dalla voce del giapponese. In questo frangente, che si lascia apprezzare soprattutto per quella spontaneità pertinente solo agli incontri occasionali, non siamo distanti da alcuni lavori targati Fushitsusha. La serie di duetti chitarra-voce con Bailey fa invece da pendant a un precedente disco su Tokuma in cui i due si affrontavano brandendo le chitarre. In “Songs”, a dispetto del titolo, non si ascoltano canzoni vere e proprie ma una serie di contraddittori improvvisati, laddove un disco di canzoni classiche avrebbe rappresentato una cosa singolare per entrambi e sarebbe stato quindi molto più appetibile. Ogni sorpresa, invece, è messa al bando e quello che ne risulta è una semplice sommatoria dei loro aspetti più intransigenti. Se “Songs” fosse stato pubblicato alla fine degli anni Sessanta, quando l’uno gettava il seme dell’anarchia fra le corde della chitarra e l’altro portava le sue urla da Samurai in seno ai Lost Aaraaff, sarebbe stato un capolavoro mentre oggi è una semplice curiosità.
“Free Rock”, seppur uscito soltanto l’anno scorso, contiene un lungo brano improvvisato che è stato registrato, insieme ad alcuni musicisti della Los Angeles Free Music Society, nel 1983 (per inciso si tratta dell’anno in cui Keiji riapparve con il suo primo disco solista dopo un lungo ritiro preparatorio). Il titolo è piuttosto esplicativo della musica, densa e visionaria, contenuta in questo CD, che è importante non solo per la sua bellezza ma anche perché rappresenta un periodo poco documentato nell’iter creativo keijiano. Fra i musicisti presenti un cenno fugace va al chitarrista Rick Potts e a Tom Recchion con i suoi strumenti autocostruiti. La pubblicazione del disco in duo con il batterista dei Ruins si colloca invece a cavallo fra il 2001 e il 2002. “Until Water Grasps Flame”è un progetto abbastanza strano in cui attimi più prossimi alle classiche esperienze dei due si alternano con momenti più particolari, adiacenti al jazz o al folk – vengono utilizzati anche numerosi strumenti tradizionali come Darbouka, Gothan, Esraj, Sarode e Gyumbari (il primo è un tamburo e gli altri sono tutti strumenti a corde). Il disco è essenzialmente strumentale e anche se, come ho già detto, è un po’ una summa del retroterra di entrambi, l’elemento egemone mi sembra provenire dagli impeti progressive di Yoshida Tatsuya, non è infatti difficile ritrovare quei cambiamenti secchi di ritmo e la schizofrenia tipiche dei Ruins (basta cliccare con il telecomando sul numero 11 e ascoltarsi At the instant when one thinks to oneself “no way”, what per cent is nostalgia?). In definitiva si tratta di un lavoro interessante anche se, alla distanza, annoia leggermente (ovvero: da assaporare a piccole dosi).
Sfortunatamente la PSF ha annullato un CD annunciato da tempo, e che attendevo con ansia, nel quale Keiji si sarebbe confrontato con la kotoista Kazue Sawai. Qualche altra collaborazione è però sparsa in alcune compilation. Voglio ricordare “Live At Tonic”, non tanto per la bontà del brano a cui partecipa Keiji quanto per la formazione a tre con Ikue Mori e Z’ev. Il CD contiene comunque alcune ottime tracce, come Fortune del duo Derek Bailey & Min Xiao-Fen e l’ancor più strepitosa Loren’s Birthday di Loren Mazzacane Connors e Kim Gordon, che ne rendono consigliato l’acquisto. Tutti i brani  sono stati registrati nel locale newyorkese in un periodo che va dal 1999 al 2002 e il CD può essere ordinato direttamente all’indirizzo www.tonicnyc.com per $15. Ci sarebbe anche il quadruplo “The Festival Beyond Innocence cd Series” che contiene ben tre brani con Keiji, uno di essi è in trio con Samm Bennett alla batteria e un altro in quartetto chitarristico con KK Null, Imahori Tsuneo e Uchihashi Kazuhisa. Pur non avendolo ascoltato posso immaginarne il contenuto, soprattutto per quanto riguarda il brano per chitarre che dovrebbe essere puro terrorismo sonoro. Ma, naturalmente, posso sbagliare. Fra i musicisti presenti nella raccolta ci sono Otomo Yoshihide, Elliott Sharp, Ruins, Omoide Hatoba, Bob Ostertag, Martin Tétrault, Haco, Leonid Soybelman, Hans Reichel, Makigami Koichi, Steve Beresford, Eugene Chadbourne, Shelley Hirsch, Han Bennink e tanti altri che possono essere ascoltati in varie combinazioni. Infine c’è da dire di almeno due partecipazioni come ospite in dischi altrui: “Erise No Me” (PSF) del cantautore Kazuki Tomokawa e “Utsuho” di una giovane fisarmonicista che si fa chiamare À Qui Avec Gabriel. Il primo è un ottimo disco fra folk e ossessioni cantautorali intimiste, risolto con un apparato strumentale scarno che prevede solo fisarmonica, mandolino o piano, chitarra e percussioni; l’apporto di Keiji, in solo due brani, mi sembra ininfluente e da lustro più allo stesso Keiji che a Kazuki. Per “Utsuho” il discorso è diverso, poiché quello con Keiji, che oltre a chitarra e voce si cimenta anche con un flauto appartenente alla tradizione slovacca, è uno dei pochi brani eccelsi in un disco per buona parte mediocre.
Per quanto riguarda i gruppi che lo vedono coinvolto sono sempre numerosi dato che per uno archiviato (Nijiumu) due nuovi se ne formano (Aihiyõ e Knead). “Cat Last” dei Vajra è la miglior realizzazione di questo trio che, oltre a Keiji , vede impegnati anche il cantante Kan Mikami e il batterista Toshiaki Ishizuka. La collaborazione con Mikami era iniziata già prima della formazione dei Vajra, cioè, almeno discograficamente, fin dai tempi degli splendidi “Live In The First Year Of The Heisei Vol. 1 & 2” incisi dalla coppia insieme con il contrabbassista Motoharu Yoshizawa. La musica dei Vajra è sostanzialmente un caldo e vigoroso blues – anche se Mandala TOOT(H) è una deliziosa filastrocca a due voci che non avrebbe sfigurato in un disco di Fabrizio De André – in cui il cantare sofferto e pastoso di Mikami si scontra con la ruvidità, però assai contenuta, della chitarra di Keiji. Fra i brani del CD, il loro quinto, segnalo la ballata Monkeys Don’t Pray e l’iter visionario Sound Deadening che fanno da parentesi al titolo già citato. Aihiyõ è un gruppo creato da Keiji, proprio allo scadere del secolo, con lo scopo di reinterpretare grandi successi della musica pop giapponese. Il primo disco su Tokuma, comunque buono, viene surclassato nettamente da questo secondo capitolo registrato dal vivo. Pur essendo la scaletta dedicata in gran parte a brani giapponesi, non mancano versioni strepitose di due grandi successi internazionali come Satisfaction e Be My Baby delle Ronettes. Knead, fra gli ensemble che lo vedono coinvolto, è l’ultimo a essere nato: si tratta della sommatoria fra Keiji ed entrambi i Ruins, quindi potrebbe stare benissimo anche nel settore riservato alle collaborazioni. Nel 2002 c’è stato un disco d’esordio che dovrebbe essere seguito da qualche altra realizzazione: più elettrico e compatto di “Until Water Grasps Flame” ma anche un po’ più keijiano, a causa di un utilizzo più generalizzato della voce, esso appare come ciò che potreste aspettarvi dalla commistione fra Ruins e Fushitsusha, dove però è soprattutto la sghemba velocità dei primi a fare la differenza.
…e, dopo averli più volte citati, veniamo ai Fushitsusha. “I Saw It! That Which Before I Could Only Sense…” è un CD mastodontico sia per quantità, doppio, che per contenuti, uno dei brani dura oltre gli ottanta minuti ed è suddiviso nei due supporti. Il magma ribollente e tellurico, tipico di quello che è il suo gruppo più longevo, è rappresentato in tutta la sua epicità e in tutti i suoi aspetti estremi. La sei corde strepita, garrisce e stride, come all’epoca del grande rock chitarristico, ma l’interpretazione che Keiji da di quell’epoca non è un tributo nostalgico, caso mai è la macabra riesumazione di un corpo in pieno disfacimento. Si tratta di un ottimo disco, ma per chi è interessato a quest’aspetto dei Fushitsusha è preferibile abbordare il vecchio “Pathétique”. “Origin’s Hesitation” rappresenta invece qualcosa di particolare nella storia del gruppo, forse addirittura il suo epitaffio (questa convinzione è rafforzata dall’annuncio della PSF di pubblicare un CD con registrazioni dal vivo del 1998, anche se l’annuncio d’alcune nuove date parrebbe smentirla). Dopo aver cambiato più volte batterista, tale ruolo è ricoperto dallo stesso Keiji che abbandona temporaneamente la chitarra: solo batteria, basso e voce per un disco strano ed epilettico, farcito di spasmi e spazi vuoti che lo differenziano dal classico stile del gruppo. Il compito del bassista è ridotto a semplice punteggiatura fra le pieghe del mono(dia)logo batteria-voce. Viene meno la compattezza dei dischi precedenti, e l’unico punto di contatto con il passato sta nell’impostazione molto teatrale che ricorda il doppio “Purple Trap” uscito su Blast First. “Origin’s Hesitation” va lasciato crescere e ha bisogno di tempo per essere apprezzato pienamente in tutta la sua stupefacente bellezza. Una lunga traccia di questa formazione a due, intorno ai 23 minuti, è inclusa in una doppia compilation registrata in Olanda al “November Music Festival 2000”. 
Relativamente pochi, ma tutti molto intensi, sono invece i dischi registrati in solitudine. “Abandon All Words At A Stroke, So That Prayer Can Come Spilling Out” è un doppio CD in cui sono utilizzate strumentazioni meccaniche, di tipo primitivo nel primo (hurdy gurdy) e contemporaneo nel secondo (percussioni elettroniche). Il disco per organetto meccanico e voce, confrontato con due realizzazioni precedenti in cui erano utilizzati gli stessi elementi, risulta essere meno fragoroso e più lirico, con la voce che si staglia quasi perenne nel substrato minimale dettato dallo strumento. L’altro compact contiene la prima registrazione interamente elettronica pubblicata da Keiji (in realtà c’era già stato “So, Black Is Myself”, proprio su Alien8, in cui veniva utilizzato una specie di audiometro, cioè un macchinario non propriamente elettronico, o elettronico in senso molto primitivo, ma comunque adottato da chi fa quel genere di musica). Si dirà che il musicista è arrivato a tale modello espressivo un po’ in ritardo, ma penso che l’importanza delle cose sta in come e non in quando vengono fatte, e state pur certi che Keiji si è avvicinato all’elettronica, come è nel suo stile, in modo competente e dopo studi accurati. Rispetto al CD con hurdy gurdy siamo dalle parti dello sciamano più schizzato, quello degli spasmi epilettici. Il feeling con l’elettronica è confermato dalla sua più recente release: in “‘C’est parfait’ endoctriné tu tombes la tête la première    n’essayant pas de comprendre quelque chose si tu te prépares à la décision d’accepter tout compris/endre en toi-même  cela   se résoudra” (questo è il titolo completo!?) dove credo che siano stati utilizzati, nonostante la strumentazione riportata in copertina parli solo di rhythm machine, dei sistemi di campionamento confermati dai numerosi raddoppiamenti della voce. Il brano, inciso dal vivo, è molto articolato e apre al musicista un vasto orizzonte verso cui orientare sia il suo futuro come solista che quello nel settore delle collaborazioni (mi piacerebbe vederne una con i Pan Sonic). L’ultimo disco solista di Keiji, registrato in studio, è per chitarra e voce. Se la formula può far pensare ai vecchi “Watashi Dake” e “Affection”, in realtà “To Start With, Let’s Remove The Colour!” è molto distante da essi, vuoi per la forma meno canzonettistica che per l’utilizzo di sovraincisioni. Mi sembra più azzeccato definirlo come il gemello chitarristico di “Tenshi No Gijinka”, il disco per percussioni e voce pubblicato nel 1995 su Tzadik, data la sua attitudine a giocare soprattutto sulle atmosfere e sugli stati d’animo. Quindi la fanno da padrone situazioni trasparenti e voci oniriche, con pochi tocchi di chitarra a creare sottofondi di pacata ambientazione; vorrei azzardare, tanto è intima la tinteggiatura, un paragone con il Nick Drake di “Pink Moon” (se non addirittura con i Pink Floyd di brani come If e Fat Old Sun). Gli arabeschi, disegnati dalla voce soffusa e dalla chitarra in punta di dita (Keiji rifiuta l’uso del plettro), mille volte s’incrociano, si scompongono e si ricompongono in trame così eleganti, e così distanti da quanto c’è di terreno, da suonare come un qualcosa senza tempo. Magistrale. Da segnalare c’è anche il video “Percussion Solo”, uscito sempre per la PSF nel 2002, molto interessante perché da risalto all’aspetto rituale non secondario nelle sue esibizioni. Purtroppo possono vederlo solo coloro che hanno il sistema di lettura americano.
Quali conclusioni trarre, a proposito dell’iter creativo del musicista giapponese, da un’analisi della produzione di questi anni? Innanzi tutto direi che il terrorista sonoro e il rumorista incontaminato sembrano essere acqua ormai quasi completamente passata, il barbaro si sta incivilendo e a voi il compito di stabilire se ciò è bene o male (da parte mia penso che non tutto il male finisce per nuocere). In secondo luogo mi sembra cambiato, a favore dei secondi, il rapporto fra dischi in solitudine e dischi in collaborazione con altri musicisti. Nei primi cinque anni del decennio passato tale rapporto era 9/9 mentre in questo breve scorcio di nuovo millennio è 3/11 (non considero “Free Rock” poiché raccoglie materiale d’archivio); da ciò deduco che il misantropo è sempre più disposto a socializzare e questo – visti i risultati delle collaborazioni con Coa, Hano e con i Ruins – non può essere che un bene anche se, dobbiamo ammetterlo, le cose migliori rimangono quelle in completa solitudine. Riassumendo, i superconsigliati sono “Origin’s Hesitation”, “You Should Draw Out The Billion And First Prayer”, “The Strange Face”, “Cat Last”, “Aihiyõ Live” e “To Start With, Let’s Remove The Colour!”. Gli altri titoli sono per chi vuole approfondire la conoscenza del mostro. (no ©)
Etero Genio


Keiji Haino & Coa ‘You Should Draw Out The Billion And First Prayer’ (Hören 2000) (xxxx)
Keiji Haino & Shoji Hano ‘The Strange Face’ (Ultra Hard Gel 2000) (xxxx)
Peter Brötzmann, Keiji Haino & Shoji Hano ‘Shadows’ (DIW 2000) (xxx)
Keiji Haino & Jean-François Pauvros ‘Y’ (Shambala 2000) (xxx)
Keiji Haino & Derek Bailey ‘Songs’ (Incus 2000) (xxx)
Doo-Dooettes, Haino Keiji & Rick Potts ‘Free Rock’ (PSF 2002) (xxx
½)
Haino Keiji & Yoshida Tatsuya ‘Until Water Grasps Flame’ (Noise Asia 2002) (xxx)
Knead ‘1st’ (PSF 2002) (xxx½)
Fushitsusha ‘I Saw It! That Which Before I Could Only Sense…’ (Paratactile 2000) (xxx½)
Fushitsusha ‘Origin’s Hesitation’ (PSF 2001) (xxxx½)
Vajra ‘Cat Last’ (PSF 2002) (xxxx)
Aihiyõ ‘Live’ (PSF 2000) (xxxx)
Haino Keiji ‘Abandon All Words At A Stroke, So That Prayer Can Come Spilling Out’ (Alien8 2001)
(xxx½)
Haino Keiji ‘To Start With, Let’s Remove The Colour!’ (PSF 2002) (xxxxx)
Haino Keiji ‘”C’est parfait”‘ (Turtles Dream 2003)
(xxx½)