The White Stripes ‘Elephant’

(Third Man/V2/XL 2003)

La musica dei White Stripes è come una noce di cocco insipida. Mastica mastica alla fine ci senti comunque il dolce. Così è stato per l’ultraosannato (nessuna espressione sbigottita potrebbe mai descrivere la mia opinione al riguardo) “White Blood Cells”, che mi sono ritrovato ad apprezzare soltanto continuando a rimetterlo sul lettore per capire se improvvisamente fossero semplicemente impazziti tutti. Degli ormai quattro episodi della saga provo simpatia soltanto per “De Stijl”…. vuoi perché me lo ha regalato la mia dolce metà, vuoi perché lo considero il più onesto: niente più che motivetti blues rock e due ragazzetti che si divertono a suonarli.

Però sono costretto ad ammettere che con questo ultimo “Elephant” le cose vanno diversamente. I due ci sono riusciti, hanno rincoglionito i media con le loro storie di lecca-lecca biancorossi ispiratori di look, con le loro finte parentele, con tutto l’armamentario delle loro finte ‘trovate’. E il nuovo album viene quindi a riscuotere i frutti della vittoria.

“We want the world and we want it now”, non ci sono santi che tengano.

“Elephant” è l’album della consacrazione. Un album iperprodotto, registrato prestigiosamente ‘fuori casa’ negli studi Toe Rag di Londra, di quelli che mira a ‘restare’, ovviamente a prescindere dal suo vero valore.
I brani sono di annichilente coinvolgimento fin dall’iniziale Seven Nation Army senza per questo risultare troppo immediati. Le sonorità si assestano più sensibilmente nel background dei seventies, basta ascoltare gli ammiccanti timidi urlettini vocali Led Zeppelin-style che Jack White emette in brani pur diversissimi come Little Acorns o Black Math. Sbiadiscono ormai i riferimenti ai vari Jon Spencer e Stooges (troppo pop le composizioni pur senza perdere nulla in fatto di irruenza rock) così come quelli a qualsiasi sguaiato gruppo no wave (l’acidità di I Think I Smell a Rat è vanita per sempre…).
Con There’s No Home for You Here resto sbigottito dalla facilità dei rimandi addirittura ai Queen (!?!)… balbetto frasi sconnesse in preda al terrore di ciò che possono causare canzoni così ben fatte…. un album che va in tremendo crescendo ebbro del suo niente… ma chi se ne accorgerà?… dal decimo brano in poi non vi riconosceranno mai più tanto sarete preda della ‘Nirvan-ica’ isteria rock da manuale (la già citata Black Math, Hypnotise e Girl You Have No Faith in Medicine sono davvero devastanti e irresistibili anthems garage minmal rock che vi faranno agitare fisicamente ancora prima di ascoltarli). ‘Sorella’ Meg fa la sua comparsa vocale solista in un soffice motivetto noir blues come In the Cold Cold Night per poi passare a prendersi gioco dei media insieme a Jack ed Holly (Golightly) con la ‘gossip ballad’ It’s True That We Love One Another dove i due mettono sadicamente quanto impeccabilmente il dito sulla piaga.
Anche i brani meno incisivi (I Want to Be the Boy, Ball and Biscuits e la I Don’t Know What to Do with Myself a firma Bacharach/David) sono comunque di buon livello (quello degli album precedenti intendo), mentre in tutti si avverte una maggiore complessità negli arrangiamenti… uhm… da questo punto di vista prevedo maggiori difficoltà di riproduzione dal vivo… cosa avranno in serbo i due White? Membro aggiuntivo ? (naaa… il duo è troppo cool..) Basi registrate? (wow… very technical..) Abolizione degli orpelli? (potrebbe andare… tanto… ‘fa più roccke’…).
Insomma, “Elephant” rende facile il meccanismo: merita di suo una certa attenzione e questo ne legittimerà tutto il sovrappiù che gli sarà dedicato… e dire che in un mondo dotato di più buon senso si sarebbe scritto soltanto “dedicato a chi ama il genere” (il che avrebbe potuto valere sia per il combo che per l’album).
Bah… meno male che grazie alla tanto odiata veste di ‘giornalista’ che mi affibbiano me lo sono potuto godere prima degli assordanti schiamazzi mediatici… passo la palla e torno in difesa.

Io vorrei concludere soltanto con una preghiera… possa la seguente riflessione passare per la vostra mente in una notte buia e tempestosa e ricevere ospitale ristoro: “Fino a quando sopporteremo tutto ciò?”.

Voto: 8

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