Voodoo Muzak ‘Brouillarta’

(Amanita 2002)

Avevamo incontrato i Voodoo Muzak, qualche mese or sono, in relazione all’uscita del loro precedente lavoro “Mambient”, ed ecco che con un assetto lievemente ritoccato, tornano con un nuovo prodotto che è stato scritto e registrato rispettivamente in cinque e in tre giorni.
La line up della band (basso a quattro e sei corde, batteria, sampler, percussioni varie) non lascia alcun dubbio circa il taglio della proposta del rodato essemble francese.

Il sound si avvolge su un’intelaiatura ritmica complessa e stratificata che trae linfa da partiture caraibiche e samba filtrate, attraverso una sensibilità paradossalmente urbana, come se le terre sulle quali s’immagina siano nate tali pattern tribali siano state, da sempre, illuminate alla fredda luce del neon. Il ritmo rimane, quindi, il fulcro, il midollo dei brani sul quale s’inseriscono pennellate di colore date dalle continue ma discrete incursioni di elettronica, sampler e suoni vari.
“Brouillarta” si snoda attraverso cinque lunghi strumentali che potevano tranquillamente essere uno solo tanto sono simili tra loro nell’umore e nel feeling nonostante l’evolversi articolato e complesso, ricco di cambi e sottili sfumature.
I brani sono dinamici, eccezionalmente eseguiti, svelano un’invidiabile capacità esecutiva ma sovente sono gravati da un aleggiante, freddo rigore formale.
Non ci sono sostanziali differenze rispetto al precedente “Mambient” ed è forse questo il punto dolente dell’album che non riesce a far maturare quelle intuizioni che il precedente lavoro lasciava intravedere e cosa ancor più avvilente a scrivere canzoni veramente incisive.I brani fanno difficoltà ad essere ricordati e spesso sembra che la band la tiri un po’ troppo alle lunghe senza riuscire a decollare.

L’impressione è che il processo evolutivo che li ha portati a suonare questo strano ibrido che non è jazz, non è post rock, non è progressive ma allo stesso tempo rimanda ai precedenti in quanto evidenti punti di partenza o di stimolo, stia imboccando un triste vicolo cieco al cui fondo si scorge lo spettro di una deludente assenza di capacità empatica con l’ascoltatore soffocata da una ricerca stilistica fine a se stessa.
Non proprio un brutto disco, piuttosto un nuovo e non atteso lavoro di transizione che, speriamo, preluda ad un possibile compimento maturativo che dia più spazio alla forma canzone.

Voto: 6

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