
(RVNG Intl. 2025)
Immagina di camminare, lento, tra corridoi e stanze che non esistono davvero — ma sono costruiti dalla memoria, da paranoie, da desideri. Colin Self ti conduce esattamente lì con il suo album r’espite ∞ levity for the nameless ghost in crisis’.
Partiamo da atmosfere rarefatte (Dissimulato, paraphrase of a shadow) a costruzioni banalmente pop (respite for the tulpamancer, gajo), a ossessioni elettroniche tra vaporwave e glitch (busy walks into the memory place, canting.
Il disco appare così un mosaico disarticolato in cui lo stile non si riconosce, si sposta. Non lo capisco. Mi sembra l’assemblaggio di musica schizoide: non è mai fermamente se stessa, ma si trasforma in diversi momenti, diversi stili, diversi generi. Self come cognome dell’artista è il nomen omen di quanto si ascolta: un sé mutante, in costruzione, a tratti ombroso e a tratti fluorescente. Il lavoro del musicista, storicamente impegnato nella riflessione sull’identità di genere, attraversa limpidamente questo disco. Mancano però, a me, quegli elementi che presuppongono una scelta, un’affermazione, una presa di posizione: non può essere tutto nello stesso piano, il minimal cantato e la musica a 16 bit.
Se dovessi immaginare la colonna sonora dell’identità fluida, sarebbe questa.
Voto: 6,5/10
