Alan Sondheim / Azure Carter / Luke Damrosch ‘Limit’

(Public Eyesore 2017)

Di etnie apparse e scomparse nel volger di un battito impro
arcaico/alieno.
Lande ampie, ventose assolate, fra pietra e cielo
terso, di silenzi, movimenti materici ed echi misteriosi sul limite
del percettibile.
Il tempo e lo spazio, concetti alterati e
forzati.
Alan Sondheim a fornir sollecitazioni etno non
ortodosse, corde, soffi, metalli e legni, in modalità:
acusticheria meraviglia.
Azione decisa, il giusto scapestrata, fra
accelerazioni e dilatazioni in un guazzabuglio di latitudini e
longitudini (dalle parti di un’impossibile), fra l’attrito e un
intenso struggimento devozionale.
Come crepitanti arbusti del
deserto che annusano l’arrivo della pioggia, viola, guqin, flauto,
clarinetto, long-necked saz, dan moi, ghichak, ukulele, guzheng,
shakuhaci, hegelung, sanshin e rebab.
Voce e testi di Azure
Carter
nel loro misurato apparir quando si accende il canto, come
anomala brace folk a brillar con naturale eleganza all’incirca fra
Irlanda e Papua Nuova Guinea.
Damrosch macro-amplifica e
tratta la movimentazione parassitaria prodotta dal duo, la esalta e
pone in primo piano, i respiri e i sospiri, le dita che toccano i
corpi/strumento, quel che accade, l’istante impercettibile prima
dell’emissione, porzionato in brevi frammenti a ritroso nel mix quasi
in tempo reale.
Una (quasi) sostituzione del presente, con
ambienti, echi e risonanze per lo più trascurati e meno
rassicuranti (evidente lo smattimento in fase di programming).
Nella
stanza Feldman e i suoi tappeti orientali, brezza di Appalachi
e umidori sacri cambogiani, poi mi passa.
Bello questo mondo.

Voto: 8

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